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Benito Albino Dalser (Milano, 11 novembre 1915 – Mombello di Limbiate, 26 agosto 1942) noto anche con i cognomi Mussolini (se si dà credito alla versione del giornalista trentino Marco Zeni) e Bernardi (dal nome del padre adottivo e tutore) fu (come ben raccontato dal documentario Il segreto di Mussolini di Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli) il figlio di Ida Irene Dalser e di Benito Mussolini.
Secondo la ricostruzione di Zeni, basata su un’intervista che questi afferma di aver avuto con la Dalser, sarebbe stato riconosciuto a Milano dal padre l’11 gennaio del 1916. Tuttavia il documento di riconoscimento non è mai stato trovato. Nel 1925 Benito Mussolini, da circa tre anni capo del governo, nello stesso anno del suo matrimonio religioso con Rachele Guidi, avrebbe assegnato al piccolo Benito Albino una dote di centomila lire in Buoni del Tesoro ma, al di fuori di questa elargizione, non si occupò direttamente del figlio. I rapporti con Benito Albino furono invece tenuti dal fratello del duce Arnaldo che ebbe nei confronti del nipote un comportamento affettuoso.
Benito Albino visse con la madre in varie località fino al 1926 quando la donna, che non aveva rinunciato a proclamarsi legittima consorte del capo del fascismo, fu internata nel manicomio di Pergine e, successivamente, in quello di San Clemente nella laguna veneziana. Dopo il primo ricovero coatto della madre il bambino fu mandato in collegio prima a Moncalieri dai padri Barnabiti poi, dopo la morte dello zio Arnaldo, nel 1931, in un collegio di minore prestigio. Nel 1932 fu adottato da Giulio Bernardi, che ne divenne anche il tutore. Benito Albino non riuscì mai più a rivedere la madre e, secondo il giornalista trentino, sarebbe vissuto nel desiderio costante di essere riconosciuto dal padre.
Arruolatosi nella Regia Marina, dopo aver frequentato il corso di telegrafia a La Spezia insieme con un nipote del padre adottivo, Giacomo Minella, si imbarcò con il compagno sull’esploratore Quarto in navigazione verso la Cina. Secondo le testimonianze di Minella, Benito Albino manifestò più volte ai commilitoni la sua stretta parentela con il duce. Fatto rimpatriare, fu anch’esso, come la madre, rinchiuso in un istituto psichiatrico a Mombello di Limbiate (l’allora grande manicomio provinciale di Milano), dove morì nel 1942 per consunzione: alcuni studiosi hanno definito la sua scomparsa “un delitto di regime”.[sc:BR]
Fascismo: il figlio segreto di Mussolini
MUSSOLINI, IDA DALSER, IL LORO FIGLIO BENITO ALBINO: STORIA DELL’ ORRORE, PROTAGONISTA IL DUCE
Mussolini avrebbe sposato una ragazza austriaca in chiesa prima del matrimonio civile con Rachele Guidi? La cosa potrebbe interessare i biografi del Duce lasciando pressoché intatto il giudizio della storia. Se però egli avesse indotto la moglie, o la sua compagna di vita di allora (siamo alla vigilia della Prima Guerra Mondiale), a vendere quanto, non poco, possedeva per dargli il danaro per contribuire a finanziare l’ uscita de “Il Popolo d’ Italia”, senza poi renderglielo, e, avuto un figlio da lei, non solo li avrebbe abbandonati in miseria, ma perseguitati sino a farli morire entrambi, allora tale giudizio cambierebbe radicalmente, inducendo sì a considerare le colpe verso il popolo italiano costretto a subire la dittatura e condotto ad una guerra disastrosa, ma anche la sua malvagità nella vita privata, smentendo, se ve ne fosse bisogno, i tentativi di far passare il Duce del Fascismo come un buon padre di famiglia, quale si è voluto far apparire, ad esempio, non molto tempo fa, in una trasmissione di “Porta a Porta” condotta da Bruno Vespa.
Fabrizio Laurenti e Gianfranco Novelli – due documentaristi televisivi che lavorano per una società di produzione cinematografica americana – hanno realizzato un servizio televisivo che certifica senza alcun dubbio la verità di quanto abbiamo ipotizzato. Hanno ripreso, filmando carte e testimoni, una vicenda che era stata oggetto di un reportage di Alfredo Pieroni pubblicato all’ inizio degli anni cinquanta dal periodico “La settimana INCOM illustrata”, accolta con un certo scetticismo per via della valanga di memoriali e fatti sensazionali che si pubblicavano nel secondo dopoguerra, relativi al caduto regime, non pochi frutto di illazioni e fantasie. Ogni perplessità è adesso caduta.
Il lungo documentario (dura poco meno di due ore) è stato trasmesso dalla terza rete TV RAI la sera del 14 gennaio di quest’anno (2005). Pieroni, vi compare per pochi minuti senza che gli venga riconosciuto il merito della prima ricostruzione di una storia che, accresciuta di particolari e con il pregio di inoppugnabili testimonianze audiovisive, desta sconcerto, stupore. sdegno; sentimenti che quando apparve l’articolo che la narrava si manifestarono in una ristretta di persone rimanendo senza l’ eco adeguato e con rare citazioni storiografiche per quasi mezzo secolo, nonostante che un libro di Marco Zeni, pubblicato nel 2000, l’ abbia ripercorsa, ma non in modo così ricco e suggestivo come nel filmato, e senza l’ approccio di massa che ottiene la televisione.
Se riassunta come se si trattasse di un soggetto di fantasia, sembra ricalcare la trama di un romanzo dell’ Ottocento. Un giornalista rivoluzionario, Benito Mussolini, abile polemista, direttore del quotidiano del partito socialista , diventa quasi improvvisamente interventista e acceso nazionalista mentre si profila lo scoppio della Guerra ’15-’18 (e perciò viene espulso dal partito che lo giudica un traditore); fonda un giornale per indurre il governo a denunciare l’ alleanza con la Germania l’ Austria Ungheria, e ad entrare nel conflitto accanto alla Francia, l’ Inghilterra e la Russia. Ha bisogno di molto danaro. Una ragazza benestante, Ida Dalser, moglie o amante che sia, pur essendo egli legato sentimentalmente ad altra donna, vende tutto ciò che possiede, restando priva di ogni bene, per fargli realizzare il progetto che lo affermerà politicamente (sovvenzionato però segretamente, come lei svelerà più tardi, anche dal governo francese attraverso un finanziere prestanome). Entrata in guerra l’ Italia, il giornalista politico agitatore vuol dare esempio di patriottismo, parte bersagliere per il fronte, ma ha poche occasioni per farsi onore restando ferito nelle retrovie esercitandosi con un mortaio. Ha avuto, come abbiamo scritto, un figlio dalla donna che lo ha così nobilmente aiutato, alla quale scrive dal fronte di guerra lettere appassionate, ma ritornato alla vita civile e impegnato a guidare il Fascismo e le spedizioni degli squadristi l’abbandona per l’ altra amante, Rachele . Ida non si rassegna, lo insegue dappertutto, diventa ossessiva . Gli scontri, sempre più tempestosi, si susseguono con aspetti grotteschi quando Mussolini, citato alla magistratura, si vendica denunciando la Valser di essere una spia al servizio dell’ Austria, e lei, di rimando, di essere lui una spia per conto della Francia dalla quale ha avuto il danaro per la tipografia del giornale. Mussolini, ormai forte di importanti complicità, riesce a far inviare al confino la donna, in una località vicina a Caserta.
Ida Dalser ritornata a Trento, sua città natale, vive poveramente, della carità dei suoi parenti. Mussolini le invia ogni tanto un misero assegno. Lei teme soprattutto per l’ avvenire del figlio. Non si capacita che lui, dal 31 ottobre 1922, Capo del Governo non voglia neppure vederlo. Mussolini si serve della polizia per evitare gli incontri. Provvede a versarle cifre irrisorie, attraverso il fratello Arnaldo diventato direttore de “il Popolo d’ Italia” e amministratore del partito fascista.E’ nel 1926 che il suo atteggiamento diventa particolarmente disumano. Con un pretesto -la donna ha voluto avvicinare un ministro in visita a Trento, per parlargli del suo disagio e sconforto-, la polizia, eseguendo ordini da Roma, l’arresta e la traduce nel manicomio di Pergine Valsugana . Comincia così la persecuzione violenta della Dalser, vittima di diagnosi mediche che falsificano il suo stato mentale, (certamente tale non farla segregare in una cella, spesso impedita nei movimenti dalla camicia di forza), anche se manifesta in forma anche plateale il rancore verso l’ uomo che l’ ha tradita e abbandonata. E’ sottomessa a trattamenti che ne distruggono il fisico e la mente.
Arnaldo Mussolini sembra invece affezionarsi a Benito Albino, lo invia in un collegio prestigioso, quello tenuto dai padri Barnabiti a Moncalieri, educatori oltremodo severi , incaricati di controllare soprattutto la posta dell’ allievo e servilmente impegnati a dissuaderlo di dirsi figlio del Capo del Governo, pur portandone il cognome. Lo va a trovare più volte, gli dice che prepara per lui un futuro felice, ma non gli parla del padre come se obbedisse, con ciò, ad un ordine inderogabile.
Tutto peggiora, sino all’ annientamento dei due, con la morte di Arnaldo Mussolini. A Benito Albino viene mutato il cognome in Bernardi, per adozione da parte di un personaggio compiacente che trae vantaggio da questo servizio reso al Duce, è trasferito in un istituto di poco conto, dove la retta è minima.
Per farla breve, mentre Ida Dalser vive una dura prigionia manicomiale, senza poter vedere il figlio e sapere nulla di lui , questi giunto all’ età dell’ arruolamento in marina, viene trasferito su una nave da guerra dislocata in un porto cinese. Di là sarà presto rimpatriato, fattogli credere che la madre sia morta. Anche lui verrà rinchiuso in manicomio (sistema in ogni dittatura per neutralizzare ed eliminare avversari e personaggi scomodi). Ida Dalser muore nella casa per pazzi di San Clemente a Venezia nel ’37 per una emorragia celebrale, Benito Albino si spegne, in altro manicomio, secondo la diagnosi per deperimento fisico, nel 1942 -quando suo padre, trascinata l’ Italia in guerra accanto di Hitler, la conduce alla disfatta meno di un anno dopo-, nella realtà a causa di ripetute iniezioni di insulina (una trentina), vere torture, che lo mandano nove volte in coma, come si evince dalle cartelle cliniche reperite..
Mussolini sapeva? Gli possono essere attribuite tali atrocità?.Gli autori del documentario affermano categoricamente di sì. Non occorre essere storici accreditati per sapere che il sistema di polizia faceva capo al Duce, informato ora per ora , puntigliosamente, anche di fatti giudicati insignificanti.[sc:BR]
Limbiate, il manicomio dove fu internato il figlio mai riconosciuto di Mussolini mandato in malora. Cartelle cliniche tra le macerie
In Brianza una struttura storica è stata rioccupata solo in parte
Limbiate (Monza), 14 maggio 2014 – Tra pazienti, medici, infermieri, inservienti, impiegati e operai, nel corso di un secolo di storia tra quelle mura hanno vissuto non meno di 100mila persone. Una vera e propria città, quando ancora Limbiate era solo un piccolo borgo di campagna e su di esso svettava la collina di Mombello con il suo manicomio, che ospitava malati da mezza Italia. Fra loro Benito Albino Dalser, il figlio mai riconosciuto di Benito Mussolini e di Ida Dalser che, internato dal regime, fra queste mura si consumò, morendo di deperimento nel 1942. Oggi resta un patrimonio immobiliare di valore inestimabile, circondato da 600mila metri quadrati di verde, che da anni è in buona parte abbandonato al degrado.
Costruito dalla Provincia di Milano alla fine del XIX secolo, il manicomio a metà del Novecento prese il nome di Ospedale psichiatrico Giuseppe Antonini, per onorare la memoria di uno dei suoi primi direttori: arrivò a ospitare fino a 4000 ricoverati distribuiti nei vari padiglioni disseminati tra le piante d’alto fusto, i viali e i giardini. Iniziò a chiudere i reparti dopo l’entrata in vigore della legge Basaglia, nel 1978, ma gli ultimi 20 degenti lasciarono l’ospedale solo il 31 dicembre 1999. Da allora l’Ospedale psichiatrico ufficialmente non esiste più e al suo posto sono stati avviati negli anni altri servizi curati dalle Asl o dall’ospedale Salvini di Garbagnate, che è proprietario di circa un terzo dell’area e delle strutture, mentre il resto è suddiviso tra Provincia e Asl di Monza e Brianza. Nel tempo qui hanno trovato spazio attività di vario tipo: c’è l’istituto agrario Luigi Castiglioni, inserito nella Villa Crivelli Pusterla, celebre per avere ospitato il ricevimento delle nozze di Paolina, sorella di Napoleone, che utilizzava questa tenuta come dimora estiva.
Cè la sede principale della Cooperativa sociale «I sommozzatori della terra», ci sono servizi dell’Asl, c’è il centro diurno per anziani del Comune, ma ci sono ancora molti padiglioni abbandonati pieni di macerie, di arredi distrutti e locali fatiscenti, di migliaia di pagine di cartelle cliniche e altri documenti d’archivio sparpagliati a terra. Ci sono prati, viali e piante che avrebbero bisogno di manutenzione. Si registrano spesso atti di vandalismo che mettono a repentaglio anche la sicurezza di quanti frequentano quotidianamente l’area. C’è soprattutto una grande incognita sul futuro di questo enorme spazio, anche se proprio recentemente la Regione Lombardia ha confermato, con l’ok del ministro della Salute, un progetto da 5,3 milioni di euro per trasformare due vecchi padiglioni in Ospedale psichiatrico giudiziario, capace di accogliere fino a 40 soggetti. Source: Wikipedia, storiaxxisecolo, ilgiorno

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Written by Laura Rossi

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