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I genitori non la accettano, ragazza transgender suicida a 17 anni

Nel film “Prayer’s for Bobby” si racconta la storia vera di Mary Griffith, cristiana conservatrice presbiteriana, che, dopo il suicidio dell’amato figlio Bobby, comprende il suo errore e diventa una sostenitrice dei diritti degli omosessuali, anche se a prezzo d’un percorso emozionale doloroso.
Questa paura del diverso, purtroppo, continua a colpire le persone che, per un motivo o per l’altro, sono diverse da ciò che la normalità (ma che concetto è?)descrive, condannandole ad un destino di solitudine e abbandono, anche da parte delle persone che dovrebbero essere loro più vicine.
E’ il caso della diciassettenne transessuale Leelah Alborn che, stufa dell’incomprensione e della miopia dei genitori (che non derivano dalla religiosità, ma dall’ignoranza e da un cuore sterile, perché una come Mary Griffith, dinanzi ad un atto estremo e triste come il suicidio del figlio Bobby, è riuscita a comprendere i suoi errori), si è suicidata lanciandosi in una strada trafficata dell’Ohio.
Poco prima di morire Leelah ha lasciato sul suo profilo tumbrl un post in cui tracciava un J’accuse ai suoi genitori che, in nome dei loro principi religiosi (in nome della loro ignoranza, dice la scrivente), invece di capire il suo stato e di sostenerla, le hanno riservato punizioni molto dure, tra cui la costrizione a frequentare psicoterapeuti bigotti e senza cervello (per puro caso erano cristiani) che hanno corroborato il trattamento vessatorio e discriminatorio a cui i genitori sottoponevano Leelah.
Infatti questi individui le dicevano di “cercare aiuto in Dio” (ma il dio d’amore dei cristiani è così discriminatorio? Se sì, orgogliosa di essere agnostica) e che “era egoista”. (perché? Cosa aveva chiesto di egoista?)
Nel suo post la ragazza esorta “a cambiare la società” affinché le persone transgender “non vengano più trattate come sono stata trattata io”.
Tuttavia, nemmeno dinanzi ad un atto così orribile, i genitori hanno mostrato un minimo di cedimento, mettendo ancora più in mostra la loro aridità emozionale.
Infatti, la persona che ha dato alla luce Leelah (per citare Manzoni, non mi riesce proprio di darle il titolo di madre) ha detto che “l’orientamento transgender è contrario ai miei principi religiosi”.
Ma l’incomprensione verso questa ragazza (e tanti altri che si suicidano per la discriminazione di genere) è arrivata anche da chi commenta questa notizia, che si dimostra alle volte estremamente bigotto (e poi si indigna per gli estremisti islamici! Ma si sa che sappiamo guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel nostro!)
C’è chi dice che questa ragazza si è suicidata perché debole e avrebbe dovuto fregarsene dei suoi genitori, c’è chi afferma che il suo suicidio è una offesa per chi è malato, c’è chi sostiene che era già malata di depressione e il trattamento vessatorio dei genitori non c’entra nulla e c’è chi si fa portavoce della teoria secondo cui lui è immaturo (notare l’aggettivo maschile, un altro modo per offendere la povera Leelah) perché “non poteva pretendere che i genitori cattolici lo accettassero” (come se negli Usa tutti fossero cattolici. Ignorantia imperat, purtroppo) e che “se avesse avuto carattere avrebbe aspettato i diciotto anni”.
Qui ci si dimentica diverse cose a mio parere.
Leelah Alborn non era malata di depressione, ma era sofferente perché la discriminazione a cui è stata sottoposta l’ha distrutta. E mi sembrano delle cose ben diverse, altrimenti tutti quelli che soffrono per una causa simile sarebbero malati?
Allora la depressione colpirebbe praticamente tutti quelli che soffrono per la discriminazione? Quindi chi si sente male per questo è un malato, colpevole solo di non essere di titanio?
Complimenti, credo sia un gran bel modo per non capire le proprie colpe comunitarie.
Inoltre, a chi dice che “il suo suicidio offende i malati” vorrei fare notare che la discriminazione di genere è un problema serio,non una bazzeccola come può essere una insufficienza in un compito in classe. Quindi il paragone coi malati non regge, perché per risolvere tale problema potrebbe non bastare un’intera generazione.
A chi afferma che lei doveva fregarsene, vorrei ricordare che la discriminazione l’ha ricevuta dalla sua famiglia, non da degli estranei.
Una famiglia, in teoria, è il nido degli affetti e i genitori ti dovrebbero sostenere in caso di scelte così importanti.
Questa ragazza, quindi, è stata lasciata sola, con un vuoto affettivo tale che non è riuscita a gestire. Non è giusto dire “non ha avuto le palle di affrontare i problemi” o “se le cose non cambiano sticazzi”, perché vuol dire non afferrare il dolore da lei provato.
Oltretutto, non avere l’appoggio dei propri genitori in una scelta tanto forte può fare del male anche a degli adulti, quindi figuriamoci a dei ragazzini che stanno completando il loro processo di crescita.
Cosa dire a Leelah? Che la terra le sia più lieve del disprezzo dei genitori e di certa gente assai bigotta.
A questo proposito, una domanda a chi legge queste riflessioni: lo scrittore e attivista per i diritti dei gay Dan Savage vuole che i genitori di Leelah siano incriminati. Siete d’accordo?


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