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India – Aruna Shanbaug è morta lunedì 18 maggio 2015 all’età di 67 anni, 42 dei quali passati in stato vegetativo in un letto del King Edward Memorial (Kem) Hospital di Mumbai. 42 anni prima era stata brutalmente violentata da un inserviente dell’ospedale, che l’aveva lasciata in un lago di sangue per una notte intera. Sopravvissuta, ma con funzioni psicomotorie irrimediablmente compromesse, è diventata il simbolo della lotta per l’eutanasia in India. Aruna Shanbaug nel 1973 lavorava come infermiera al Kem Hospital di Mumbai. Una notte Shoanlal Walmiki, inserviente nel medesimo ospedale, la assale legandola con una cinghia per cani e la sodomizza, strozzandola. Verrà ritorvata la mattina dopo da un collega, ancora strozzata dal laccio in una pozza di sangue. Le leggi in materia di violenza sessuale, all’epoca, recavano una definizione di “stupro” molto ristretta, così Walmiki venne incriminato per tentato omicidio e furto a 15 anni di carcere: ne sconta solo 7 e nel 1980 esce di prigione. Nel frattempo la famiglia di Shanbaug, in virtù della vergogna di avere ora una figlia vittima di violenza – un «cadavere vivente», disconosce Aruna e sparisce, lasciandola alle cure delle colleghe dell’ospedale. Inizia così una staffetta durata più di quarant’anni, con le infermiere del Kem Hospital che sostituiscono in tutto la famiglia della vittima: la curano, la puliscono, la nutrono, le raccontano storie, le fanno sentire musica (principalmente canti devozionali hindu, pare). Shanbaug, è chiaro fin da subito, non si rialzerà mai più dal letto, ma continua a “vivere”, nell’accezione eticamente controversa di proseguire nel ciclo di funzioni vitali minime rinchiusi nella gabbia del coma. Nel 1998 la giornalista e scrittirce Pinki Virani dà alle stampe Aruna’s Story, raccontando l’intera vicenda di Shanbaug e dando inizio al dibattito interno sull’opportunità di adeguare la legislazione indiana al principio di eutanasia, in India illegale (non solo, il suicidio è ancora tecnicamente un reato penale, ma il governo indiano dallo scorso anno ha iniziato un processo di depenalizzazione). Legiferare sul fine vita è materia complicata anche in India e nel 2011, quando la petizione per permettere a Shanbaug di morire «così da porre fine alla sua incredibile agonia» arriva in Corte suprema, i giudici respingono la richiesta, lasciando però uno spiraglio di speranza. La Corte introduce infatti l’opzione di legalizzare una cosiddetta “eutanasia passiva”, cioè non provocare la morte diretta (tipo iniezione letale), ma staccare i macchinari e far sì che la natura, in un certo senso, abbia il suo corso. L’eutanasia passiva, secondo i giudici, potrà essere applicata «in alcuni casi», definizione vaga che dovrà essere circoscritta meglio a livello legislativo. Nel caso di Shanbaug però – uno di quegli «alcuni casi» – la Corte ha stabilito che la decisione dovesse essere presa «dal personale del Kem Hospital, che si è eccezionalmente preso cura di lei per tutti questi anni». Le infermiere del Kem decidono di non staccare la spina, sostenendo che Shanbaug abbia ancora delle reazioni a stimoli esterni, che sia ancora in qualche modo “cosciente”. La scorsa settimana la situazione precipita quando Shanbaug viene colpita da un’infezione polmonare irreversibile. Nel weekend vengono staccati tutti i macchinari e nella giornata di lunedì si procede ai riti funebri del corpo di Shanbaug, portato fino all’ultimo dalle proprie colleghe del Kem Hospital. In India ora si parla della “legacy” di Aruna Shanbaug: una storia terribile che ha portato direttamente alla messa in discussione del reato di suicidio e all’apertura del dibattito sull’eutanasia che adesso – nell’incognita delle tempistiche e dei potenziali stravolgimenti dell’iter legislativo – appare un traguardo di civiltà assolutamente alla portata del paese. In India. Via: eastonline

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Written by Zahira

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