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Secondo il 65% dei brasiliani: Le donne con la minigonna e i tacchi vogliono essere stuprate. Così la pensa più della metà dei brasiliani, ma molte donne si ribellano a questa convinzione.
Una convinzione, che molto più spesso di quanto vorremmo, balza agli onori della cronaca è quella secondo cui, sarebbe colpa degli abiti che una donna indossa a far si che essa venga violentata.
Una convinzione questa, che esiste anche nel moderno Brasile, dove, un sondaggio, divulgato negli ultimi giorni e condotto dall’Istituto di ricerca economica applicata (Ipea), organo del governo, ha messo in evidenza come il 65,1% dei brasiliani crede, totalmente o in parte che “se una donna si veste in modo provocante, vuole essere aggredita e violentata”. In più il 58,5% degli intervistati ha detto di concordare totalmente (35,3%) o parzialmente (23,2%) con la frase “Se le donne si sapessero comportare, ci sarebbero meno stupri”.
Il sondaggio, condotto su un pool di 3.810 brasiliani, attraverso un questionario inviato in 212 città tra marzo e giugno 2013, mette in relazione un’altra percentuale molto preoccupante – o che almeno dovrebbe far riflettere – e cioè che il 66,5% degli intervistati era una donna.
Questa “è l’idea della donna “onesta”, che ancora persiste nel Paese”, ha affermato la responsabile della segreteria di Contrasto alla violenza contro le donne del governo di San Paolo, Aparecida Goncalves.
Immediate le polemiche, soprattutto dalle donne brasiliane, che hanno sottolineato come lo stupro e la violenza sulle donne non possano essere lontanamente giustificate da minigonne e tacchi. Proprio per rivoltarsi contro il risultato di questo sondaggio e per far sentire la propria voce, molte brasiliane hanno usato blog e social network, ormai voce di ogni tipo di protesta.
La giornalista Nana Queiroz su Facebbok ha creato un hashtgag: #‎naomerecoserestuprada‬, tradotto in “Non merito di essere stuprata”.
Lo scorso 28 marzo è stata organizzata una singolare “chiamata all’azione” per le ragazze brasiliane, le quali sono state incoraggiate a condividere foto di sé stesse in topless, mentre coprendo il loro seno con qualcosa che potesse richiamare l’hastag #‎naomerecoserestuprada. L’intento, ha spiegato la giornalista, era di dimostrare che nessuno, oltre a noi stessi, siamo i proprietari del nostro corpo. Via: articolotre

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Mentor

Written by Laura Rossi

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