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Eleonora cammina a passo spedito, lungo il viale colmo di fredda nebbia del cimitero.
Solo un cappotto protegge il suo corpo sottile dal freddo vento, che solleva i lunghi capelli neri, finalmente cresciuti.
Del resto, sono passati cinque lunghi anni, da quando è uscita da quell’inferno, creato dalla mente scientificamente perversa dell’uomo.
Auschwitz…
Il suo corpo si è ripreso dalla fame e dalla terribile bronchite, ma la sua mente è prigioniera dei ricordi e della sofferenza.
Loro sono i suoi carcerieri.
Ricorda la fame e le torture sistematiche, per qualsiasi violazione delle loro assurde regole.
E poi la disumanizzazione progressiva…
L’alienazione stardardizzata…
E su tutto le risate beffarde e disumane delle guardie…
Tutto risuona nella sua mente e non si è spento con la liberazione.
Anzi, è come se si fosse impresso nella mente, come il numero sulla sua pelle candida.
Il tempo, per lei, è come se si fosse fermato.
Ad un tratto si blocca, congelata.
Sussulta, ma è solo un breve istante di spaesamento.
Lui, il suo carceriere, è lì e prega.
Dei fiori di veronica azzurri sono poggiati sulla lapide.
Eleonora sorride, ironicamente. Quell’uomo, pieno di tante premure per una lapide fredda, in realtà è una belva vestita di apparenze umane…
Martin Hofmann…
Ricorda ancora il suo sadico e beffardo sorriso dinanzi alle sofferenze sue e delle sue compagne…
Si compiaceva, in quel momento, di appartenere alla razza eletta.
Eleonora, silenziosamente, estrae la pistola. Finalmente le sue lunghe indagini sono concluse…
Lui non si muove e prega, le mani giunte, simili a quelle di un prete.
Eleonora non si muove, il cuore martellante contro le costole. Quel maledetto si compiace di una bontà fasulla…
Crede di essere puro perché eleva una preghiera fasulla ad un dio inesistente, in cui anche lei, poco prima di essere catturata, ha creduto…
Martin Swartz è come tutti loro…
Uomini che si credono semidei, fieri e tronfi della loro razza eletta…
Ad un tratto l’uomo si gira e i suoi occhi azzurri si riempiono di stupore.
E’ un istante.
Le sue iridi, solitamente così fredde, si spalancano per il terrore.
Ed Eleonora, gelida, implacabile, spara.
Il proiettile colpisce l’ex SS alla testa.
L’uomo, il viso congelato in una espressione di impaurita meraviglia, colpito in pieno volto, cade sul prato erboso.
Il sangue sgorga e inzuppa di rosso calore la terra attorno alle lapidi.
Eleonora, per alcuni istanti, osserva il corpo, disteso in una posa scomposta.
E’ rosso il sangue, come il suo.
E se ne stupisce.
Per tanto, troppo tempo i nazisti le avevano fatto credere di essere depositari di un sangue più limpido del suo.
Per tanto, troppo tempo essi si sono ammantati di uno status di razza superiore inesistente…
Dinanzi alla pistola di una donna, si sono rivelati umani e fragili.
Eleonora sorride, divertita.
Ricorda una frase che lui le diceva, sempre, quando sfogava su di lei il suo sadismo senza ragione.
-Non osare mai più alzare lo sguardo su di me.-
-Se lo dici tu… Siete voi la razza padrona. -dice ironicamente e, con calma regale, si allontana.
Il dolore, seppur per poco, si è placato.
La vendetta è compiuta.

Mentor

Written by Zahira

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