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La nebbia e il freddo opprimono come una cappa il campo di concentramento di Auschwitz.
Eleonora, silenziosamente, si accascia contro un mucchio di cadaveri aggrovigliati in mucchi scomposti. Ormai è stanca.
Malgrado la sua giovane età, è stanca di vivere per una sequenza di azioni insensate.
Non sopporta più le percosse sul suo corpo, stremato dalla fame e dalla bronchite.
Perché le guardie non la uccidono?
E’ diventata un numero tra altri numeri e solo respiri esili scuotono il suo petto scheletrito.
Immagini indistinte fluttuano dinanzi ai suoi occhi stanchi e indifferenti, colmi di orrore e di morte.
-Co… Cosa?- sussurra. Perché tutti i prigionieri si affollano attorno alle reti di filo spinato?
Che cosa succede?
Non comprende…
Sono per caso impazziti? Le guardie li uccideranno…
Ormai le sembra che perfino i suoi sensi siano morti e il suo corpo è sostenuto…
Da cosa?
Da cosa è sostenuto?
Sente un rumore di passi concitati e delle esclamazioni in russo attorno a lei.
Si agita, sorpresa. E’ arrivato un carico di prigionieri sovietici?
Ma perché i suoi compagni di prigionia si sono affollati attorno alle reti di filo spinato, come se stesse accadendo qualcosa di nuovo e di positivo?
Allontana il pensiero dalla mente. Non vuole nutrirsi di una speranza che, troppe volte, si è rivelata dannosa per la sua esistenza…
In quell’inferno è sempre meglio pensare al peggio.
Il pensare al peggio le ha consentito di sopravvivere e di accettare la disperazione.
Nessuno ti aiuta.
Dio è scomparso da quel luogo di tormento e dolore.
Un’ombra alta e robusta si avvicina a lei ed Eleonora chiude gli occhi. Probabilmente è una SS, pronta a finirla con un colpo in testa…
Non ha nessuna paura di quello che sa che le accadrà.
Tutto è preferibile al dolore e alla sofferenza che la sovrasta.
Presto la morte le avrebbe dato la pace che, per tanto, troppo tempo ha cercato…
-Cosa?-pensa meravigliata. Quell’ombra non ha levato la mano su di lei…
Anzi, l’ha sollevata tra le sue braccia e l’ha posata su una superficie morbida.
-Stai tranquillo.-mormora in russo l’ombra e a lei viene da sorridere amaramente.
I nazisti le hanno tolto ogni cosa.
La sua individualità è stata annientata.
Perfino il suo sesso è stato distrutto ed è stata scambiata per un uomo.
Cosa rimane di lei e di quello che è stata, in una vita che le sembra appartenere ad un tempo remoto?
-Sono una donna…-soffia con voce flebile lei in russo, anche lei sorpresa. Come è possibile che la sua abilità nelle lingue sia riemersa in quel momento?
Eppure, era sicura di avere dimenticato tutto…
Del resto, nel lager lei non contava come persona!
E perché aveva sentito la necessità di puntualizzare il suo sesso?
Un senso di desolazione invade il suo cuore. Anche se quel soldato sovietico è un atteso liberatore dell’armata rossa, per lei non c’è più nulla da fare…
Sua madre… Suo padre… Sua sorella…
La sua amatissima famiglia è stata distrutta.
Il lager l’ha privata di ogni cosa.
Anche della fede in Dio.
Lei non crede nell’esistenza di una divinità onnipotente, provvida e benevola, che ascolta le lacrime e le invocazioni di chiunque la preghi
Se le presentassero un’immagine sacra, lei la dissacrerebbe e urlerebbe il suo disprezzo a quel vuoto e insensato simulacro.
Perché ha permesso una simile, immensa tragedia?
Come può quel dio proclamarsi portatore d’amore, quando ha consentito la distruzione di tantissime vite innocenti per una scusa insensata?
-Ma cosa importa?-si chiede tristemente e, qualche istante dopo, perde i sensi.
Eleonora, faticosamente, apre gli occhi.
Le ombre vagano e si affollano dinanzi al suo sguardo.
Sbatte ancora di più le palpebre e cerca di mettere a fuoco l’ambiente dinanzi a lei.
E’ nella infermeria del campo, eppure si rende conto che qualcosa è cambiato.
Dove sono i medici e gli infermieri SS?
Perché i medici parlano in russo o in inglese?
Un medico tarchiato le si avvicina e le sorride, rassicurante.
-Quanti anni ha?-chiede e la sua voce, fonda, contrasta con la tenerezza dei suoi occhi azzurri.
Hanno lo stesso colore del mare e sono così diversi dalle iridi dei guardiani del campo, prive di ogni empatia…
La sua cortesia palpita di umanità, contrariamente a quella falsa dei suoi aguzzini, atta a nascondere la sorte terribile che li avrebbe attesi..
-Ventuno.- risponde lei e le pare di scorgere un sussulto nei lineamenti duri dell’uomo.
Tuttavia poi le sorride e le pone una mano sulla testa, rassicurante.
Eleonora sospira e pensa a suo padre. Anche lui, in tempi più lieti, l’accarezzava così…
E ora lui non c’è più!
Come lui, anche sua madre e sua sorella Margaretha sono morte…
Tutta la sua famiglia è stata uccisa in una camera a gas ed è stata divorata da un sinistro crematorio…
Oppure è in quel mucchio di cadaveri anonimi a cui si è appoggiata?
Una domanda, tuttavia, le è impressa nella mente.
Sa che la attende la morte, eppure prima vuole sapere perché il tedesco non è più la lingua dominante.
Può volere dire solo una cosa, ma lei vuole che il suo sospetto sia confermato.
-Siamo… davvero liberi?-balbetta la giovane e si stringe spasmodicamente la coperta attorno al corpo magro.
Il medico la guarda, dolorosamente stupefatto. Gli occhi verdi di quella ragazza non riescono a esprimere gioia per la fine di quella immane tragedia…
Sembrano due lastre di vetro verde incastonate in un teschio rivestito di pelle…
Sarebbero bellissimi, se esprimessero una qualche luce di vita…
-Sì. L’incubo è finito. Gli alleati presto raggiungeranno Berlino.- risponde l’uomo e, quasi scusandosi, si allontana per assistere altri malati.
La giovane fissa sorpresa il soffitto.
Non riesce a credere a quanto il medico le ha detto.
Presto gli alleati avrebbero raggiunto Berlino e Hitler sarebbe stato giudicato per la tragedia di una guerra mondiale…
La giustizia lo avrebbe inchiodato alle sue responsabilità!
Tutta questa sofferenza, presto, sarebbe finita, eppure…
Eppure perché le sembra che non sia cambiato nulla?

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Mentor

Written by Zahira

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