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Scorie nucleari, è allarme

Scorie nucleari, è allarme: La Sardegna è nella lista
L’isola considerata un sito ideale. Politica e comitati già mobilitati
La Sardegna è considerata una delle regioni ideali per costruire il Deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivi, nucleare-sardegna_(news.dracia.com) anche perché è l’unica ad avere tanto demanio militare, basi e poligoni circondati da decine di migliaia di ettari interdetti, grotte e bunker, e una bassissima densità di popolazione. La nostra terra è inserita nella Carta delle aree potenzialmente idonee, cioè – secondo gli esperti della Sngin (ln Società di Stato responsabile del cosiddetto decommissioning – ha le caratteristiche per diventare la pattumiera nucleare del Paese. E queste caratteristiche sono le stesse di dodici anni fa, quando il Governo tentò la stessa operazione. Dal sindacato alla politica è un coro di no. «Saranno respinte a mano armata», esagera il deputato di Unidos Mauro Pili. Per il Comitato no alle scorie, l’arrivo in Sardegna dei residui nucleari «è stato deciso dalle lobby del malaffare».

Reazioni: Dodici anni di battaglie
«Non passeranno» «La Sardegna non ospiterà mai le scorie nucleari». Quando Silvio Berlusconi pronunciò questa frase era l’estate del 2003 e il generale Carlo Jean, presidente della Sogin, la società di Stato che si occupa della dismissione degli impianti nucleari e della gestione dei rifiuti radioattivi, aveva appena presentato a Palazzo Chigi un dossier sullo smaltimento delle scorie delle centrali. La Sardegna era tra le regioni destinate ad ospitarle ma la Regione, come tutte le altre, espresse un «no» netto. Nonostante fosse stato sfiduciato dal Consiglio, Mauro Pili si batte per impedire l’ennesima occupazione dell’Isola. La mattina del 15 luglio andò a Roma e irruppe a sorpresa nella sede della Conferenza delle Regioni dove era in corso una riunione tecnica di funzionari e assessori dell’Ambiente. Unico governatore presente, attaccò il numero uno della Sogin e fece una proposta: I materiali radioattivi conservateli e metteteli in sicurezza dove si trovano, cioè nelle centrali dismesse». Nemmeno lui, che di Berlusconi era uno dei pupilli, si fidava del presidente del Consiglio che aveva escluso l’arrivo delle scorie in Sardegna. E difese l’autonomia sarda: «Decidiamo noi», disse mentre in tutta l’Isola si protestava contro il possibile stoccaggio del materiale radioattivo. Quel tentativo venne sventato ma in 13 anni, nonostante l’argomento sia tornato più volte al1°ordine del giorno, nessuno ha avuto il coraggio di trovare una soluzione.
«Lo respingeremo». «Questo è un progetto che in Sardegna verrà respinto a mano armata», ha esagerato ieri Pili, in prima linea anche da deputato. «Come da mesi denuncio, hanno scritto anche il nome Sardegna, con a fianco altre cinque regioni. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ndr) arriva alla Sardegna per esclusione di tutto il resto, contemplando però altre cinque regioni. Carte e mappe che indicano rischi, pericoli, e che in sintesi affermano che la Sardegna sarebbe la terra più sicura per le scorie nucleari e le simulazioni geo satellitari confermano che la Sardegna sarebbe l’unica regione d’Italia a corrispondere a questi criteri individuati».
Un coro di no. Nessuno, nemmeno la Giunta Pigliaru, vuole le scorie in una regione che regala 30 mila ettari del suo territorio alla Difesa. «Faremo valere l’autonomia della Sardegna affermando il nostro potere decisionale sul territorio sardo e tenendo conto della volontà delle comunità», ha chiarito venerdì l’assessore all’Ambiente Donatella Spano. Ed è per questo che ancora una volta si leva un coro di no che prelude a una battaglia comune: «Un voto democratico non può essere contraddetto da una decisione calata dall’alto: i sardi hanno già espresso la loro contrarietà al nucleare con il referendum del 2011», ricorda Ugo Cappellacci (Forza Italia), che ha pubblicato sul suo profilo Facebook e su Twitter i risultati della consultazione nella quale il 97% dei sardi espressero la loro contrarietà all’arrivo delle scorie. «Nessuno pensi di metterci di fronte un atto già compiuto», conclude l’ex governatore.
«Lobbi del malaffare». Anche il Comitato no alle scorie è certo che «il deposito dei rifiuti nucleari sarà costruito in Sardegna non sulla base della sicurezza del nostro territorio ma per le ricadute economiche dell’operazione». Secondo il comitato «le lobby dei trasporti e del malaffare hanno già deciso con la politica nazionale e sarda di mettere a correre centinaia di milioni di euro.
Altro che mafia capitale!». La segretaria generale della Cisl Oriana Putzolu attacca la Giunta regionale: «La possibile destinazione in Sardegna delle scorie nucleari è conseguenza dell’assenza di indirizzi strategici economico-produttivi per la nostra isola e in questo vuoto d’idee facilmente si inseriscono di volta in volta governo nazionale e gruppi di potere. Il rischio nucleare», aggiunge, «è anche la conferma di un deficit autonomistico della nostra regione e della debolezza politica della sua classe di governo, che non può procedere in uno splendido isolamento». Anche A manca pro s’indipendentzia ricorda che i sardi si sono già espressi quattro anni fa contro le scorie e «chiama tutto il popolo sardo alla massima vigilanza e attenzione sulla vicenda. Qualunque violazione di questo diritto democratico è da intendersi come un’aperta provocazione, perciò lo Stato italiano dovrà assumersi la responsabilità degli sviluppi che scaturiranno». Michele Cossa, coordinatore regionale dei Riformatori, annuncia «massima vigilanza. Abbiamo già troppe servitù e lo Stato con la Sardegna è fin troppo in debito».

Il referendum
Nel maggio del 2011 il 97% dei sardi disse no.
Che la Sardegna non vuole essere sede di centrali nucleari né di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive è emerso in modo chiaro il 15 e 16 maggio del 2011 quando gli elettori furono chiamati a esprimersi in un referendum consultivo. Una consultazione popolare alla quale i sardi aderirono in massa: 877mila 982 su 1 milione 479 mila, il 59,34 per cento degli aventi diritto al voto, con punte del 65,91 nel Sulcis Iglesiente. Al quesito “Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti?” il 97,13% dei votanti rispose si. Il voto sul referendum fu il frutto del lavoro iniziato circa due anni fa dal comitato “Si.nonucle“, che ha raccolto le firme per promuovere la consultazione.

Scorie, è allarme rosso: nella lista anche l’isola
Nucleare: La Sardegna considerata area ideale per il Deposito unico.
Ci stanno riprovando. In gran segreto ovviamente, come era già successo l’altra volta, perché le rivolte disturbano e impediscono le manovre. La Sardegna è considerata una delle regioni ideali per costruire il Deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivi. Anche e soprattutto perché è l’unica ad avere tanto demanio militare, basi e poligoni circondati da decine di migliaia di ettari chiusi e interdetti, grotte e bunker, e una bassissima densità di popolazione.
La nostra terra martoriata e continuamente sotto attacco è inserita nella Carta delle aree potenzialmente idonee, cioè – secondo gli esperti della Sogin (la società di Stato responsabile di un decommissioning parecchio in ritardo delle centrali italiane) – ha le caratteristiche (e sono le stesse di dodici anni fa) per diventare la pattumiera nucleare del Paese. Ovvero il luogo perfetto dove portare e conservare veleni che ci mettono dai 300 ai 250 mila anni a sparire per sempre, circa 100 mila metri cubi di barre di combustibile irraggiato, ossido di uranio mischiato a plutonio, stronzio, cesio, insomma scorie per cui servirebbe un “magazzino” grande quanto lo stadio di San Siro con mura di calcestruzzo alte 10 metri e spesse 50 centimetri.

Il piano: Ora l’Ispra ha due mesi di tempo per approvare la mappa delle zone candidate
Raccontano che si tratta di un investimento importante anche in termini di posti di lavoro (ma sarebbero appena 700 a regime), un’infrastruttura sicura per le popolazioni e l’ambiente, all’interno di un Parco tecnologico centro di ricerca e d’eccellenza. Addirittura dicono (il direttore generale dell’Ispra) Che «alcune zone potrebbero candidarsi, perché questa volta l’approccio è trasparente».
Oltre al danno la beffa. Nessuno ci crede, e non si capisce come si possa parlare di «trasparenza» nel momento in cui stanno portando avanti il progetto con una riservatezza «militare» e (forse) soltanto tra qualche mese si conoscerà la prescelta per l’operazione.
Sogin (100% del ministero dello Sviluppo economico) è la società che dal 2000 si occupa dello smantellamento dei siti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi (quelli prodotti da attività industriali, di ricerca e di medicina) e ha il compito di localizzare, realizzare e gestire il Parco tecnologico e il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Lo “smantellamento accelerato” delle centrali è stato deciso dal Governo nel 1999, oggi, a 28 anni di distanza dallo Storico referendum e dopo aver speso molti miliardi di denaro pubblico (i cittadini pagano una quota nella bolletta Enel) il piano è ancora da concretizzare, e l’Italia ha due capannoni, depositi temporanei sparsi da nord a sud e in condizioni a dir poco discutibili. Ma non in Sardegna.
Nei giorni scorsi Sogin ha consegnato all’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) la proposta di Carta delle Aree Potenzialmente Idonee (Cnapi) a ospitare il Deposito nazionale e Parco Tecnologico, elaborata in base a una serie di criteri di localizzazione (di esclusione) stabiliti dallo stesso Ispra e dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Ora l’Istituto ha due mesi di tempo per approvare il lavoro, in seguito i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente dovranno dare il nulla osta alla pubblicazione della famigerata mappa. A quel punto si aprirà «una fase di consultazione pubblica e di condivisione, che culminerà in un Seminario, dove saranno invitati a partecipare tutti i soggetti coinvolti ed interessati».
Secondo indiscrezioni, nella lista, oltre alla Sardegna (purtroppo in pole position) ci sono anche altre cinque regioni, tutte con le caratteristiche indicate: niente zone vulcaniche attive o quiescenti, nessuna località a 700 metri sul livello del mare o a una distanza inferiore a 5 chilometri dalla costa, no ad aree a sismicità elevata, a rischio frane o inondazioni e le fasce fluviali dove c’è una pendenza maggiore del 10%. Ancora: escluse le aree naturali protette, quelle che non sono ad adeguata distanza dai centri abitati, quelle a distanza inferiore di un chilometro da autostrade e strade extraurbane principali e ferrovie.

«Meglio i siti con le basi militari»
Nel 2003 l’Isola fu individuata come zona adatta.
«I terreni migliori per conservare le scorie nucleari sono quelli argillosi gli strati argillosi riscaldati naturalmente che si trovano sotto le rocce vulcaniche della Sardegna». Così sentenziava nel 2003 uno degli esperti chiamati in causa da Sogin, il fisico Jeremy Whilock, della Ganadian Nuclear Society.
Dodici anni fa – governo Berlusconi e, alla guida della società, il generale Carlo Jean – si decide di accelerare lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari, si dichiara una sorta di stato d’emergenza e si porta avanti il progetto (è stato quello fin dal principio) di costruzione di un deposito nazionale per stoccare le scorie passate, presenti e future. Uno studio, all’inizio segreto, sottolineava che poteva essere sia superficiale che sotterraneo, a cinquanta metri di profondità e che ulteriori criteri di valutazione preferenziale trai siti candidati sono la coincidenza con aree demaniali militari. Nel documento si affermava anche che sarebbe stata preferibile un’area poco popolata ed extraurbana. L’unione Sarda fa scattare l’allarme, si scatena una mobilitazione senza precedenti. Nel dicembre 2004, il generale Sogin ammette col Corriere della Sera: «Si era esplorata la possibilità della Sardegna nord orientale e abbiamo avuto una specie di rivolta preventiva. Poi, per evitare il ripetersi di una cosa del genere, ci siamo mossi con discrezione, studiando la fattibilità del deposito a Scanzano». Via: unionesarda


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