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Progetto Lebensborn

«Lo stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione»
(Adolf Hitler, Mein Kampf)

Il Progetto Lebensborn (Progetto Sorgente di Vita) fu uno dei diversi programmi avviati dal gerarca nazista Heinrich Himmler per realizzare le teorie eugenetiche del Terzo Reich sulla razza ariana. Aveva come motto:
«Per noi sia sacra ogni madre di buon sangue»

Gli inizi del progetto
Dal 1929 le Schutzstaffel (SS) furono dirette da Himmler, convinto fautore delle teorie razziste dall’SS-Obergruppenführer Richard Walther Darré, espresse dalla formula Sangue e terra,[1] le volle applicare innanzitutto allo stesso reclutamento delle Schutzstaffel. A tale scopo era stato costituito alla fine del 1931 lo RuSHA, o ‘’SS-Rasse- und Siedlungshauptamt’’, guidato inizialmente dallo stesso Darré. Era l’ufficio delle SS incaricato di controllare la purezza ideologica e razziale di tutti i membri delle SS. Era l’autorità principale in materia di genealogia e rilasciava ai membri delle SS certificati di attestazione del lignaggio e permessi di matrimonio; era inoltre responsabile dell’esecuzione della politica di colonizzazione dei territori orientali conquistati. Alle SS si richiedevano non solo certificati attestanti la sanità di tutti i membri della famiglia ma soprattutto un albero genealogico risalente fino al 1650 che ne documentasse la purezza ariana. Nella concezione di Himmler, le SS dovevano essere un centro di diffusione della purezza del sangue e, anche attraverso la poligamia, di estensione della razza pura nordica. La prima disposizione che aprì la strada del programma eugenetico fu l’emanazione dell’Ordine sul matrimonio del 31 dicembre 1931 secondo il quale ogni SS doveva essere autorizzato da Himmler stesso a sposarsi tramite la concessione di un certificato che documentasse la sanità mentale e fisica degli sposi e dei loro antenati.[2] I dati ricavati venivano trascritti nel libro del clan, il Sippenbuch, segno concreto della eccezionalità razziale delle SS. Secondo il Reichsführer-SS la Germania con la sua bassa natalità, con l’aumento degli aborti e dei figli illegittimi era un paese malato che era necessario sanare oltrepassando la meschina morale borghese: raccomandava quindi Himmler il 28 ottobre 1939, dopo due mesi dall’entrata nella seconda guerra mondiale:
«Al di là dei limiti imposti dalle leggi, dai costumi e dalle opinioni borghesi, forse necessari, oggi per le donne e le ragazze di puro sangue tedesco diventerà una nobile missione il chiedere ai soldati in partenza per il fronte, siano esse sposate o no, di renderle madri» poiché i soldati potrebbero «non tornare a rivedere il cielo del [loro] paese.» Tanto più l’obbligo di procreare valeva per gli uomini e le donne rimaste in patria»
(Heinrich Himmler, Reichsführer-SS[3])

«Una nazione che nel corso di venticinque anni ha perduto milioni dei suoi figli migliori, semplicemente non può permettersi una simile perdita del suo sangue; perciò se la nazione deve sopravvivere, e se il sacrificio del suo sangue migliore non deve andare perduto, si deve fare qualche cosa in proposito»
(Heinrich Himmler, Reichsführer-SS[4])

La realizzazione
In realtà sin dal 1935 era stato dato il via al progetto Lebesborn, attraverso un circuito di apposite cliniche aperte in Germania. Himmler concepì un mistico rapporto tra le SS e le leggende teutoniche di Enrico I l’Uccellatore e Federico il Grande. Nel 1934 fece ristrutturare in Vestfalia il castello di Wewelsburg, con una spesa di undici milioni di marchi, dove organizzare un vero e proprio Ordine delle SS in stile medievale, consacrato alla tutela della purezza razziale.[5][6] Il 10 dicembre 1935 venne fondata a Berlino la “Lebensborn e.V.” (“Sorgente di vita società registrata”), società amministrata dall'”Ufficio centrale della razza e del Popolamento” in collegamento con diversi uffici per la tutela della madre e del fanciullo. Il progetto era quello di costruire un potente strumento per la crescita del numero di nascite “razzialmente di valore”.[7] Il 1º gennaio del 1938 la società, con il nome di Amt L (Ufficio L, dove “L” sta per Lebesborn)[8] , passò sotto il controllo diretto dello Stato maggiore delle SS cioè dello stesso Himmler che, per avere più libertà d’azione, trasferì il centro e gli uffici da Berlino a Monaco, nell’ex sede del Centro comunitario ebraico e nella casa requisita dalle SS a Thomas Mann.[9] I massimi dirigenti dell’organizzazione furono: lo Standartenführer-SS (colonnello) Max Sollman dell’amministrazione, Inge Viermetz della sezione cliniche, il dottor Gregor Ebner della sezione medica, Günther Tesch della sezione legale. La prima clinica o “casa di maternità” cominciò a funzionare il 15 agosto 1936 in Baviera; quella austriaca nel 1938 tutte con il concetto di selezione razziale, ovvero Auslese.[10] Altre ne furono aperte sino a contare, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, sei cliniche con 263 letti per le madri e 487 per i neonati.[11] Nel caso in cui il neonato non corrispondesse alle selezioni, questi passavano sotto la tutela della Nationalsozialistische Volkswohlfahrt (NVS, “organizzazione nazionalsocialista per il benessere del popolo”) il cui programma era un po’ meno focalizzato sulla selezione della razza.[10]

Il parziale fallimento
Il programma Lebensborn, a cui gli ufficiali SS furono obbligati a partecipare, fu finanziato direttamente da una tassa a carico della Nationalsozialistische Volkswohlfahrt (NSV), l’ente di previdenza sociale dei dirigenti SS. Il progetto non riuscì ad avere la larga adesione che si aspettava Himmler, poiché delle 238 000 SS solo 8 000 vi aderirono.[12] L’obiettivo principale del progetto era indirizzato alle ragazze-madri. Queste, se potevano certificare la loro purezza razziale, ricevevano la migliore assistenza per il parto, un ambiente protetto e la promessa di sottrarle al giudizio negativo delle famiglie e della Chiesa, assicurando loro la massima segretezza. Himmler sperava così di impedire la “degenerazione progressiva della razza germanica”, ostacolando gli aborti, le nascite di disabili e far mutare l’opinione comune negativa che si aveva delle ragazze madri. L’ufficio del Lebensborn decideva se la madre poteva tenere con sé il nato nell’ambito dell’organizzazione. In ogni caso, se entro un anno la madre non aveva le necessarie garanzie economiche e morali per la crescita del bambino, questo veniva dato in adozione, che erano protette con la massima segretezza per rendere impossibile risalire ai genitori naturali dell’adottato. La pratica del conferimento in adozione fu però molto limitata. Il clima di mistero che accompagnava le SS si estese al Lebensborn, riguardo al quale si diffusero pettegolezzi e dicerie tali che nel dopoguerra si era convinti, anche sulla base dei crimini nazisti perpetrati sulle donne, che l’organizzazione non fosse stata altro che una serie di bordelli per soldati.[13]

La realtà del progetto Lebensborn
La realtà del progetto Lebensborn era infatti difficilmente percepibile ad un occhio esterno. L’istituzione si occupava con attenzione e professionalità della tutela delle donne partorienti che si affidavano ad essa, ma questo trattamento protettivo privilegiato per principio era riservato solo alla categoria delle “donne di sangue puro” disposte a donare il proprio figlio alla Germania. Significativa a questo proposito la testimonianza al processo di Norimberga di Gregor Ziemer[14], un educatore statunitense visitatore per motivi di studio dell’istituzione statale per la tutela dei figli illegittimi di madri tedesche di sangue puro. Egli raccontava come le case fossero tutte in ambienti naturali idilliaci, lontane dallo smog cittadino e dove le donne ricoverate, salvo le ore dedicate all’istruzione ideologica nazista, erano libere da qualsiasi lavoro domestico. La clinica visitata da Ziemer, un albergo di lusso requisito ad ebrei, si presentava ariosa, luminosa e igienicamente perfetta. Ziemer ebbe anche modo di assistere al pranzo delle partorienti meravigliandosi della quantità e della qualità dei cibi. Le donne, prima di iniziare a mangiare, salutavano con il braccio teso il ritratto di Hitler sotto una svastica, dicendo in coro: “Nostro Führer ti ringraziamo per la tua munificenza; ti ringraziamo per questa casa; ti ringraziamo per questo cibo. A te dedichiamo tutte le nostre forze: a te dedichiamo la vita nostra e quella dei nostri figli!”. Osserva Ziemer: “Ringraziavano un nume. Offrivano a Hitler i loro bambini ancora non nati”.[15] Le statistiche dell’Ufficio Razza e Popolamento constatarono che nei Lebensborn tedeschi avevano partorito circa 2000 donne che avevano dimostrato di possedere i requisiti razziali richiesti.

Note
1.^ Darré, 1978.
2.^ Beccaria Rolfi-Maida, 1997, p. 129.
3.^ Hillel-Henry, 1976, pp. 39-40.
4.^ Manvell-Fraenkel, 2007, p. 158.
5.^ Manvell-Fraenkel, 2007, pp. 90-91.
6.^ Nella trasmissione televisiva Mixer del 10 aprile 1997, Battaglione Lebesborn, a cura di Chantal Lasbats, si sosteneva che il castello fosse un centro ideologico e operativo del progetto Lebensborn.
7.^ Ericsson-Simonsen, 2007, p. 24.
8.^ Organizzazione dell’Amt Lebesborn
9.^ Hillel-Henry, 1976, pp. 78-79.
10.^ a b Ericsson-Simonsen, 2007, p. 25
11.^ Lilienthal, 1985, p. 45.
12.^ Beccaria Rolfi-Maida, 1997, p. 132.
13.^ Beccaria Rolfi-Maida, 1997, p. 130.
14.^ Gregor Ziemer è stato l’autore del soggetto del film statunitense del 1943 Hitler’s Children, incentrato sul progetto Lebensborn, diretto da Irving Reis e Edward Dmytryk.


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