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Liguria: baby prostitute per “integrare” la paghetta

“Abyssus invocat abyssum” dicevano i latini e si può dire che la loro saggezza, come quella di altri popoli antichi, avesse compreso i meccanismi della psiche meglio di tanti trattati di psicologia e psichiatria da Freud in poi.
Tre studentesse, tra i tredici e i quindici anni, infatti, seguendo l’esempio non propriamente encomiabile delle loro coetanee dei Parioli, recentemente salite alla ribalta delle cronache, hanno cominciato a prostituirsi per “integrare” la paghetta e permettersi vestiti, trucchi e borse di marca.
Le tre ragazze, per cercare i clienti, servivano di annunci postati su siti di incontri (dove, ovviamente, i nomi e le età erano false) e chiedevano ai loro clienti 30-50 euro a prestazione.
Un cliente trentenne, tuttavia, resosi conto dell’età effettiva delle prostitute, si è rifiutato di fare salire una delle ragazze in auto e ha denunciato tutto alla polizia.
Quando le studentesse si sono trovate dinanzi alla polizia, sono scoppiate a piangere, accorgendosi forse in quel momento di che cosa avessero fatto, solo per compiacere il loro edonismo.
I clienti di queste prostute quasi bambine erano professionisti, commercianti e imprenditori, molti dei quali erano sposati e con figlie coetanee delle stesse ragazze con le quali avevano rapporti sessuali.
Costoro sono stati indagati per sfruttamento della prostituzione minorile e, a questo reato, viene aggiunta l’aggravante degli atti sessuali commessi con minori di anni 16.
Nessuna aggravante dal punto di vista penale per i genitori, ignari della doppia vita delle loro figlie, ma… ma è davvero sensato agire così? Tutto questo non è frutto della solitudine dei ragazzi?

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Written by Zahira

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