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L’amore non basta

Coppie gay e figli, l’amore non basta
Il rischio: anteporre i diritti dei genitori alle esigenze dei bambini. Il paradosso: nostalgia inconscia della famiglia classica.
In merito alla controversia su bambini dati in adozione a coppie omosessuali, una riflessione interessante la offre l’articolo «Sul paradosso dell’omogenitorialità» pubblicato sul nuovo numero di Vita&Pensiero, rivista dell’Università Cattolica (di cui anticipiamo uno stralcio).
L’intervento (di Vittorio Cigoli, professore di «Psicologia clinica delle relazioni di coppia e di famiglia», e Eugenia Scabini, professore emerito di Psicologia sociale) mette in guardia sulla pretesa obiettività di alcuni studi anglosassoni che presentano un’immagine rosea della vita degli adottati da coppie non etero.
Sarebbero costruiti su interviste fatte a genitori che hanno una percezione positiva fondata soprattutto sulle loro aspettative. Inoltre le ricerche prendono spesso in considerazione bambini in età prepuberale, prima dell’affiorare di pulsioni e tensioni sessuali. Come suggerisce il titolo del pezzo c’è poi un paradosso nelle scelte di omosessuali che per diritto vogliono un figlio: l’identità sessuale, ridotta a costruzione culturale dall’ideologia progressista, gettata dalla porta rientra dalla finestra. E poi la richiesta di diventare genitori non esprime forse una nostalgia inconscia della famiglia classica?
Possiamo partire dalla posizione psicoanalitica classica, chiaramente espressa da Silvia Vegetti Finzi, che fa leva sul triangolo edipico, architrave dell’inconscio, che ritiene essenziale, per un corretto sviluppo dell’essere umano, il riferimento al padre e alla madre. L’identità si costruisce attraverso un processo di identificazione che coinvolge tanto la psiche quanto il corpo sessuato dei genitori e che si delinea nella differenza. Al proposito noi preferiamo parlare, con un termine forte, di «incorporazione» ancor prima che di identificazione: la persona del figlio si incorpora infatti nella storia familiare, cioè ne è parte costitutiva. Ma anche tra gli psicoanalisti vi sono altre posizioni, come ad esempio quella espressa da Antonino Ferro; si parla in questo caso di sessualità come accoppiamento tra le menti edi funzioni paterne e materne che possono essere esercitate prescindendo da qualsiasi riferimento al corpo sessuato. Si sente qui l’influenza delle teorie del gender e in particolare della queer theory che, in linea con la posizione costruttivista, sostiene la tesi che il genere è una pura costruzione sociale. Una posizione, questa, che riteniamo “riduzionista” perché denega la differenza anatomo-biologica. Questa posizione si inserisce in quel fenomeno che Janine Chasseguet-Smirgel (Il corpo come specchio del mondo, 2005) ha acutamente indicato come rivolta contro l’ordine biologico caratteristica della cultura dell’Occidente che oggi assume varie forme, dalla mutilazione dei corpi e commercio degli organi, agli interventi di mutazione del sesso, alle madri in affitto, al reimpianto di embrioni congelati dopo la morte dei genitori o di un genitore.
In realtà anche le coppie omosessuali, allorché hanno figli, non possono che fare i conti con la differenza di genere maschile e femminile. Ecco il paradosso. Ma vi è di più, essere genitori fa rientrare inevitabilmente le persone nella logica dello scambio tra le generazioni.
La famiglia non è solo luogo di affetti, di amore e odio, ma vive anche di un ordine strutturale e simbolico, vive di una dinamica generazionale che ha le sue regole e le sue leggi. Genealogie confuse, assenti o enigmatiche, non facilitano certo il viaggio che fa del bambino un figlio. Nella clinica, specie di orientamento generazionale, ben conosciamo le patologie connesse a tali accadimenti. Ecco infine alcune e non secondarie annotazioni. Stupisce che il tema della omogenitorialità, che comporta necessariamente il destino dei generati, venga posto quasi esclusivamente nei termini dell’eguaglianza di opportunità e di diritti degli adulti, eludendo il tema della responsabilità che sempre le generazioni precedenti hanno su quelle successive, tema che non è solo della singola persona o della coppia che fa questa scelta, ma anche del corpo sociale che può favorirla o ostacolarla avvertendone il pericolo per il proprio futuro. Non sposiamo di certo la causa del determinismo per quanto riguarda sia lo sviluppo della persona sia la trasmissione tra le generazioni. Sappiamo bene (e l’atteggiamento che ha contraddistinto tutto il nostro lavoro di ricerca, di intervento e di formazione e lì a testimoniarlo) che, anche nelle situazioni più difficili, gli esseri umani, anche attingendo a incontri «benefici», possono trovare risorse impreviste. E questo auguriamo ai bambini che crescono in contesti di «omoparentalità» e anche agli adulti che fanno queste scelte. Ma tutto ciò non ci esime dall’evidenziare il rischio e pericolo aggiuntivo di tali situazioni che la psicoanalista Janine Chasseguet-Smirgel con espressione forte cosi esprime: «Solo la mancanza di immaginazione permette di veder avanzare con tranquilla stupidità l’enorme massa di problemi che tutto questo ci propone e ci aspetta». Stupisce anche, da un punto di vista psicologico, che il dolore profondo e l’angoscia che accompagna tali itinerari di vita (sia per gli adulti sia per i figli) venga così raramente alla luce. È come se non fosse possibile parlare di ostacoli, problemi, drammi, invidia, bisogno di riconoscimento essendo tutto coperto dall’«amore». La ricerca, come abbiamo visto, è rivolta soprattutto a sottolineare gli esiti di «normalità» nello sviluppo dei figli. Ma, se non è compito della psicologia patologizzare, non lo è neppure «normalizzare».
C’è dell’altro. Pochi sanno che la gran parte degli studi pubblicati in questi anni, per mostrare che non esiste differenza nella capacità di accudire e crescere dei figli, fra le coppie omosessuali e quelle eterosessuali, sono per lo più inattendibili, incompleti, se non addirittura falsi. Fra le decine di pubblicazioniuna buona parte sono tesi di laurea mai pubblicate. Un esempio su tutti lo stesso articolo ad opera di Nanette Gartrell and Henny Bose (due ricercatori molto attivi in questo specifico campo), pubblicato su 2 riviste prestigiose americane, Journal of Developmental & Behavioral Pediatrics e Pediatrics, che analizza un gruppo di 78 figli di genitori gay, in un lasso di tempo di 6 anni. Il numero sia degli analizzati che del gruppo di controllo è così esiguo da non poter trarre alcuna osservazione utile per la popolazione generale. Inoltre il metodo di ricerca è assolutamente inattendibile sia per il gruppo di controllo (disomogeneo), sia per la raccoltadei dati (con un banalissimo questionario con6 domande da compilare on line dalla stessa madre, o con una intervista sempre della madre). Qualsiasi società scientifica avrebbe rifiutato questi lavori, eppure la massima associazione scientifica pediatrica (AmericanAccademy of Pediatrics) che ha fatto la storia della pediatria mondiale, ha ritenuto sufficienti questi dati per stabilire che non devono esistere pregiudizi riguardo all’orientamento sessuale dei genitori. Comprendo che vi sia difficoltà nel poter fare studi scientifici attendibili in un campo così complesso, soprattutto perchè la gran parte si ferma a valutare i figli fino all’adolescenza, e non sappiamo niente di quanto può accadere nei giovani adulti, e negli adulti, vissuti in questo contesto, e di quanto il loro vissuto potrà influire sui loro futuri figli. L’onere della prova che per il bambino non vi siano ripercussioni sulla vita futura spetta a chi difende questa scelta, e non il contrario, invece qui si dà per scontato che per un diritto civile, non si debba mettere neanche in dubbio la possibilità di una differenza fra le due realtà. Ricordiamo anche quanto in questo momento di crisi sociale e storica della società occidentale, una delle cause sia da attribuirsi alla grave crisi della figura paterna, non più capace di assolvere al suo ruolo educativo. Figuriamoci cosa accade all’interno di una coppia omosessuale, dove ilruolo paterno viene magari svolto da una donna, e viceversa quello materno da un uomo. Le dinamiche legate alla identità maschile e femminile non possono essere spazzate via da fattori culturali e sociali.

Quello che spesso si dimentica di dire
Cosa – sempre più spesso – si sente dire: “La cosa più importante è l’amore. Una coppia omosessuale può dare moltissimo amore a un bambino, a volte anche più di una coppia eterosessuale”.
L’amore non basta, anche se ovviamente la capacità degli omosessuali di amare non è in discussione. amare un bambino è una cosa, amarlo in maniera strutturante è un’altra. Non ci sono dubbi che le persone omosessuali abbiano le stesse capacità di amare un bambino e di dimostrargli lo stesso amore delle persone eterosessuali, ma il ruolo dei genitori non consiste solo nel dare amore ai propri figli. Ridurre il legame genitoriale agli aspetti affettivi e educativi significa non considerare che il legame di filiazione è un vettore psichico e fondante per il senso di identità del bambino.
In realtà tutto l’affetto del mondo non basta a produrre le strutture psichiche di base che rispondono al bisogno del bambino di sapere da dove viene. perché il bambino non si costruisce che per differenziazione, il che presuppone innanzitutto che sappia a chi assomiglia. Ha bisogno, per questo, di sapere che è il risultato dell’amore e dell’unione fra un uomo, suo padre, e una donna, sua madre, grazie alla differenza sessuale dei genitori. Anche i bambini adottati sanno di essere il risultato dell’amore e del desiderio dei loro genitori adottivi, anche se non sono i loro genitori biologici.
Il padre e la madre indicano al bambino la sua genealogia. il bambino ha bisogno di una genealogia chiara e coerente per trovare la propria posizione in quanto individuo. Ciò che forma un essere umano da sempre e per sempre è una parola in un corpo sessuato e in una genealogia.
Parlare di filiazione non significa solo indicare da chi sarà allevato il bambino, con chi avrà delle relazioni affettive, chi sarà il suo adulto “di riferimento”, è anche e soprattutto permettere al bambino di collocarsi nella concatenazione delle generazioni.
Da millenni, la nostra società si basa su un sistema a doppia linea genealogica, quella del padre e quella della madre. Si tratta di un sistema che dura perché garantisce a ogni individuo di poter trovare il proprio posto nel mondo in cui vive, perché sa da dove viene.
Un esercizio molto usato, fin dai primi anni scolastici, è d’altra parte di chiedere al bambino di ricostruire il suo albero genealogico perché, grazie a questo esercizio, il bambino si colloca in rapporto al proprio padre e alla propria madre, ma anche in rapporto alla società.
Oggi il rischio di rimescolare la concatenazione delle generazioni è immenso e irreversibile. nello stesso modo in cui non possiamo distruggere le fondamenta di una casa senza che essa crolli, non possiamo rinunciare alle fondamenta della nostra società senza metterla in pericolo.
L’omogenitorialità non è la genitorialità. il termine “omogenitorialità” è stato inventato per compensare l’impossibilità delle persone omosessuali di essere genitori. Questa parola nuova, creata per instaurare il principio di una coppia genitoriale omosessuale e per promuovere la possibilità giuridica di dare a un bambino due “genitori” dello stesso sesso mostra la sua finzione. Infatti non è mai stata la sessualità degli individui a fondare il matrimonio né la genitorialità, bensì per primo il sesso, ossia la distinzione antropologica fra uomini e donne.
Così, abbandonando la distinzione uomini-donne e mettendo in evidenza la distinzione eterosessuali-omosessuali, le persone omosessuali non rivendicano la parentela (la paternità o la maternità) bensì la “genitorialità” che riduce il ruolo di “genitori” all’esercizio delle loro funzioni educative. Ora, anche nel caso dei bambini adottati, non si tratta solo di educare, ma di ricreare una filiazione.
Bisogna quindi qui riaffermare con forza che essere padre o madre non è solo un riferimento affettivo, culturale o sociale. il termine “genitore” non è neutro, è sessuato. Accettare il termine “omogenitorialità” significa togliere alla parola “genitore” l’intrinseco valore corporeo, biologico, carnale. l’APGL, l’Association des Parents et futurs parents Gayis et Lesbiens (associazione dei genitori e futuri genitori gatti e lesbiche) propone diversi sostituti della parola “genitore” in funzione dei ruoli e degli status che deve coprire: “patrigno” e “matrigna”, “cogenitori”, “omogenitori”, “madre per procura”, “genitore biologico”, “genitore legale”, “genitore sociale”, “secondo genitore”. è poco probabile che il bambino arrivi naturalmente e in maniera strutturante a collocarsi in rapporto a tutte queste terminologie.

LoveIsLove? Non basta. Saggio sul paradosso della omogenitorialità
LoveIsLove ha scritto su twitter il presidente degli Stati Uniti Barack Obama alla notizia della decisione della Corte Suprema statunitense di abrogare il Doma. Ma non è senza conseguenze un mondo in cui si accettino matrimonio e adozioni omosessuali.
Pubblichiamo di seguito uno stralcio del saggio “Sul paradosso dell’omogenitorialità”, uscito sull’ultimo numero della rivista Vita e Pensiero. Il breve saggio è firmato da Vittorio Cigoli, professore di Psicologia clinica delle relazioni di coppia e famiglia, e Eugenia Scabini, professore emerito di psicologia sociale. I due autori, dopo aver ricordato le ricerche dei sociologi Mark Regnerus e Loren Marks, entrano nel merito della questione psicologica.
Possiamo partire dalla posizione psicoanalitica classica, chiaramente espressa da Silvia Vegetti Finzi, che fa leva sul triangolo edipico, architrave dell’inconscio, che ritiene essenziale, per un corretto sviluppo dell’essere umano, il riferimento al padre e alla madre. L’identità si costruisce attraverso un processo di identifi cazione che coinvolge tanto la psiche quanto il corpo sessuato dei genitori e che si delinea nella differenza. Al proposito noi preferiamo parlare, con un termine forte, di “incorporazione” ancor prima che di identificazione: la persona del figlio si incorpora infatti nella storia familiare, cioè ne è parte costitutiva.
Ma anche tra gli psicoanalisti vi sono altre posizioni, come ad esempio quella espressa da Antonino Ferro; si parla in questo caso di sessualità come accoppiamento tra le menti e di funzioni paterne e materne che possono essere esercitate prescindendo da qualsiasi riferimento al corpo sessuato. Si sente qui l’infl uenza delle teorie del gender e in particolare della queer theory che, in linea con la posizione costruttivista, sostiene la tesi che il genere è una pura costruzione sociale (come ampiamente discusso nel contributo di Sylviane Agacinski sul numero scorso di «Vita e Pensiero»). Una posizione, questa, che riteniamo “riduzionista” perché denega la differenza anatomo-biologica.
Questa posizione si inserisce in quel fenomeno che Chasseguet-Smirgel (Il corpo come specchio del mondo, 2005) ha acutamente indicato come rivolta contro l’ordine biologico caratteristica della cultura dell’Occidente che oggi assume varie forme, dalla mutilazione dei corpi e commercio degli organi, agli interventi di mutazione del sesso, alle madri in affitto, al reimpianto di embrioni congelati dopo la morte dei genitori o di un genitore. All’origine di questo drammatico disinvestimento sul corpo, che lo “depersonalizza” togliendogli il carattere di corpo vivente, sta la mancata integrazione o meglio, se si vuole, la scissione, tra l’io corporeo e l’io psichico. Ciò porta a varie forme di perversione mosse da un desiderio di onnipotenza (è del desiderio inconscio la connaturata insofferenza del limite) che vuole fare accadere ciò che è impossibile, com’è il generare con corpi “omogeneri”. Ci troviamo così di fronte all’ibrido e all’indistinto. È entro questo quadro che si situa la concezione del corpo come indifferenziato; in esso scompaiono le differenze tra i sessi e tra le generazioni (ma anche tra il bambino e l’adulto) e si preconizza una società fatta di ibridazioni, transgenere, postpadre e postmadre.
In tale contesto si evidenzia così una nuova forma di rischio generativo che oggi vive non tanto di imposizione e/o di subordinazione di un genere sull’altro o del genitore sul fi glio, ma piuttosto utilizza il diniego della differenza tra generi e generazioni e sostiene la loro confusione e indistinzione. Potremmo parlare dell’hybris dell’uomo moderno, che nega il limite e il vincolo dell’essere generato, dell’appartenere a un sesso (e perciò non a un altro) e di abbisognare dell’altro per generare.
La differenza di genere, generazione, stirpe è invece la costante e lo specifi co dei legami familiari. Tale differenza viene trattata in modo diverso dalle varie culture, ma è risaputo come le scissioni tra ordine biologico e psico-antropologico e il diniego delle differenze stiano all’origine di molti e gravi problemi relazionali. Usando una terminologia lacaniana, potremmo dire che l’immaginario (il mondo delle rappresentazioni) ha la meglio sul registro simbolico (il terzo tipico del legame che viene dalla differenza). In ogni caso l’attacco alla differenza e alla complementarietà che ne deriva, che si manifesta attraverso l’invidia, il disprezzo e l’abuso nei confronti dell’altro è un pericolo ricorrente dei legami familiari, come la storia ben insegna.
Cosa accade allora sul piano psichico-generazionale quando una coppia “omo” affronta la sfida della genitorialità?
La prima riflessione riguarda proprio il fatto della richiesta di diventare genitori. Perché? Vi possiamo leggere l’attrattiva nostalgica di un bene da cui si è esclusi per scelta e condizione di vita, ma anche una sorta di contraddizione e quasi “un tradimento” di questa scelta, come afferma certa colta cultura gay che, riconoscendosi nella sua specificità, parla in questi casi di omofobia internalizzata. Più in generale il clinico (V. Cigoli, Il viaggio iniziatico, 2012) vi legge un’angoscia a cui consegue quasi un’ossessione di normalità che può celare un profondo vissuto di inferiorità-marginalità, sentimento che non è peraltro proprietà esclusiva di coppie gay o lesbiche, dato che attraversa la vita di molte coppie e persone. In particolare, l’assillo della normalità si manifesta nella rivendicazione del diritto di ottenere legittimazione sociale. È come se il problema (cioè un ostacolo, un interrogativo profondo) trovasse una soluzione defi nitiva nella legittimazione legale e sociale. Ma il “normale”, sia esso statistico o legale, non è in grado, in sé, di rispondere alla specifi cità dell’esserci al mondo e del proprio valore.
Ma veniamo ora al travaglio psichico della coppia “omo” che inizia l’itinerario della fi liazione facendo ricorso a inseminazione eterologa o ad affi tto dell’utero.
In una delle (poche) ricerche qualitative condotte in Belgio con interviste in profondità su coppie gay e lesbiche (D. Naziri, E. Feld-Elzon, A. Ovart, Les nouvelles familles, 2010), gli autori, a proposito di queste ultime, si soffermano sul vissuto minaccioso relativo alla presenza del donatore anonimo, al quale giocoforza la coppia deve ricorrere. Il tema dell’estraneo persecutore è del resto presente anche nelle coppie che ricorrono alla fecondazione eterologa, come ha ben mostrato Marie-M. Châtel. Questa presenza intrusiva viene vissuta secondo modalità diversifi cate da quella che sarà la madre biologica e quella che invece sarà la madre sociale; in ogni caso, tale presenza rompe il “fantasma dell’identico” reintroducendo il rapporto con la differenza anatomica senza la quale non si dà fi liazione. E non che tutto questo possa essere risolto sic et simpliciter facendo uscire dall’anonimato il donatore (che in genere è prezzolato, a meno che si tratti di un amico gay), perché egli da una parte ripropone la scissione tra il biologico e il simbolico (è un produttore di seme, non certo un padre) e dall’altra, nella misura in cui “pretende” di fare da padre, attenta alla coppia omosessuale in quanto appunto “omo”, qualifi cantesi cioè per l’identico-ibrido.
Per quanto riguarda poi le coppie gay, come nota Gratton, i resoconti di cui disponiamo sono più limitati numericamente (e in effetti le coppie omogenitoriali lesbiche sono assai più numerose delle coppie omogenitoriali gay). Ciò non toglie che qualche profonda differenza balzi in tutta evidenza. Esse fondamentalmente paiono consistere nel fatto che la scelta genitoriale dei gay è molto meno di coppia e molto più del singolo e che tale scelta mette in evidente contraddizione il Sé omosessuale con il Sé genitoriale. Ciò con buona probabilità a causa del fatto che manca l’aggancio del corpo nell’esperienza della gravidanza, presente nelle donne lesbiche. Il passaggio alla genitorialità è quindi ben più trasgressivo, più sfi dante in termini di onnipotenza, più insomma al di là del limite. Ma anche in questo caso il luogo generativo (utero in affi tto) e la sua presenza terza non può in nessun modo essere ignorata. A ciò si aggiunga il dramma di chi affi tta l’utero e si tiene il bambino in grembo “obbligandosi” (attraverso potenti meccanismi di scissione) a trattare il proprio e altrui corpo come una cosa priva di senso e parola generazionale. Cosa ne facciamo allora del sofisticato dialogo madre-bambino intrauterino di cui da tempo parla la ricerca psicologica? E l’intersoggettività come presupposizione dell’umano è solo un fatto operante in presenza fisica?
In realtà anche le coppie omosessuali, allorché hanno figli, non possono che fare i conti con la differenza di genere maschile e femminile.

Ecco il paradosso.
Ma vi è di più, essere genitori fa rientrare inevitabilmente le persone nella logica dello scambio tra le generazioni. Il figlio non va confuso con il bambino, un generato che, attraverso la coppia, entra nel registro generazionale. Sarà neonato, bambino, adolescente, adulto e anziano, ma la sua iscrizione è generazionale, come ben evidenzia la clinica sistemico-relazionale. Purtroppo anche molta ricerca psicologica, in nome degli individui che fanno coppia, denega tale evidenza e confonde la coppia genitoriale con la generatività che riguarda sempre più generazioni. È come, insomma, se la coppia fosse all’origine di tutto e non fosse a sua volta generata. Così anche la coppia omosessuale, proprio come la coppia eterosessuale, nel momento in cui entra nel registro della genitorialità deve rispondere dei legami e delle storie generazionali in cui il figlio si iscrive.
In quale storia generazionale si iscrive il figlio? Da quali “antenati” ha preso e che cosa? Che posto occupa nella genealogia di ciascun membro della coppia? E come tutto questo viene vissuto dalle famiglie di origine? E che ne è della “stirpe” del donatore o della donna che ha prestato l’utero? Questo problema si ripropone inevitabilmente a livello genetico (specie quando compare qualche malattia), ma nell’umano il genetico è più propriamente il corporeo, quel corpo vivente che è da subito simbolizzato.
Qui si situa per il figlio il tema cruciale delle origini e della loro oscurità che, come sappiamo dagli studi sull’adozione, è un nodo altamente critico e problematico. Vi è però una differenza a proposito della fantasmatica sull’assente e del segreto delle origini nell’adozione e nella fecondazione eterologa. Nel primo caso, diversamente che nel secondo, la coppia eterosessuale che offre un corpo infecondo nel quale è presente la differenza non sceglie di far nascere il figlio secondo la modalità “prometeica” omogenere, ma sceglie di accogliere un figlio già nato (quindi dato) che, nel suo dramma, ha un abbandono e spesso un segreto d’origine. È quindi meno esposta alla fantasia del terzo “estraneo e persecutore”.
Il nostro “modello relazionale-simbolico” di lettura dei legami famigliari ritiene centrale sia il tema della differenza di genere, sia quello della differenza di generazione e di stirpe, e con esso il tema delle origini.
Quest’ultimo è legato al transfert generazionale che vive di azioni tipiche quali il trasmettere e il tramandare. Partendo da questa prospettiva possiamo perciò chiederci: qual è l’eredità con la quale il figlio delle coppie “omo” deve fare i conti? Egli, per situarsi come soggetto con una sua identità, dovrà trattare il congiungimento con la differenza sessuale da cui è venuto, differenza che la coppia adulta omogenitoriale non ha affrontato o ha affrontato scindendo il biologico (seme, utero) dal simbolico, facendo evaporare dal corpo la parola che lo innerva di senso. Egli dovrà cioè integrare ciò che gli arriva scisso, dovrà dare parola, se mai lo potrà fare, all’ignoto-oscuro che grava sulla sua origine. Il compito che avrà sulle spalle è perciò assai arduo e rischioso. Inoltre, e questo è altrettanto decisivo, dovrà orientarsi nella complicazione delle genealogie per trovare il suo posto nella storia delle generazioni che rappresentano il filo rosso che consente riconoscimento. L’essere umano sa chi è non solo se è riconosciuto dagli altri signifi cativi, ma se entra in un ordine che consente riconoscimento.
La famiglia non è solo luogo di affetti, di amore e odio, ma vive anche di un ordine strutturale e simbolico, vive di una dinamica generazionale che ha le sue regole e le sue leggi. Genealogie confuse, assenti o enigmatiche, non facilitano certo il viaggio che fa del bambino un figlio. Nella clinica, specie di orientamento generazionale, ben conosciamo le patologie connesse a tali accadimenti.

Il peso della responsabilità
Ecco infine alcune e non secondarie annotazioni. Stupisce che il tema della omogenitorialità, che comporta necessariamente il destino dei generati, venga posto quasi esclusivamente nei termini dell’eguaglianza di opportunità e di diritti degli adulti, eludendo il tema della responsabilità che sempre le generazioni precedenti hanno su quelle successive, tema che non è solo della singola persona o della coppia che fa questa scelta, ma anche del corpo sociale che può favorirla o ostacolarla avvertendone il pericolo per il proprio futuro.
Non sposiamo di certo la causa del determinismo per quanto riguarda sia lo sviluppo della persona sia la trasmissione tra le generazioni. Sappiamo bene (e l’atteggiamento che ha contraddistinto tutto il nostro lavoro di ricerca, di intervento e di formazione è lì a testimoniarlo) che, anche nelle situazioni più diffi cili, gli esseri umani, anche attingendo a incontri “benefi ci”, possono trovare risorse impreviste. E questo auguriamo ai bambini che crescono in contesti di “omoparentalità” e anche agli adulti che fanno queste scelte. Ma tutto ciò non ci esime dall’evidenziare il rischio e pericolo aggiuntivo di tali situazioni che la psicoanalista Janine Chasseguet-Smirgel con espressione forte così esprime: «Solo la mancanza di immaginazione permette di veder avanzare con tranquilla stupidità l’enorme massa di problemi che tutto questo ci propone e ci aspetta».
Stupisce anche, da un punto di vista psicologico, che il dolore profondo e l’angoscia che accompagna tali itinerari di vita (sia per gli adulti sia per i fi gli) venga così raramente alla luce. È come se non fosse possibile parlare di ostacoli, problemi, drammi, invidia, bisogno di riconoscimento essendo tutto coperto dall’“amore”.
La ricerca, come abbiamo visto, è rivolta soprattutto a sottolineare gli esiti di “normalità” nello sviluppo dei fi gli. Ma, se non è compito della psicologia patologizzare, non lo è neppure “normalizzare”. Piuttosto essa è chiamata a comprendere come si articola la bilancia risorse-rischi per aiutare le persone a far fronte alle diffi coltà, specie quelle che hanno a che fare con i processi di umanizzazione. Su questi temi oggi è molto diffi cile avviare discussioni “oneste” perché il discorso viene facilmente ideologizzato. Forse il tempo ci aiuterà a vedere con più chiarezza e meno semplifi cazioni ciò che queste scelte comportano. Al proposito anche su questo punto possiamo trarre qualche indicazione dalla storia delle ricerche e degli studi sui “figli del divorzio”. Infatti, mentre nelle prime ricerche gli aspetti di problematicità e di sofferenza venivano attribuiti riduzionisticamente allo stigma sociale, ora che tale stigma non può più essere evocato (stante anche la grande diffusione del divorzio che lo rende statisticamente normale) il peso e il dolore che accompagna questi fi gli, ora adulti, viene più facilmente alla luce.
Ci auguriamo che il corpo sociale possa rendersi conto dei problemi che l’omogenitorialità porta con sé e che si ponga ora responsabilmente doverosi interrogativi. Ciò implica sia il sentire di appartenere a un corpo sociale di cui si condividono le sorti future, sia la capacità di appoggiarsi ad argomentazioni solide.
Nello spettro delle argomentazioni la psicologia occupa un posto non marginale, ma non occupa di certo l’unico posto. Essa è un sapere empirico-clinico con le limitazioni inerenti al suo statuto scientifico e poggia inevitabilmente su presupposizioni antropologiche che, in tema di filiazione, fanno riferimento alla cultura che ha forgiato l’Occidente.
E perciò, anche noi ricercatori e operatori della salute non possiamo non fare i conti con la concezione dell’umano che ci guida e con i seri interrogativi che si pongono se essa viene messa in discussione. A meno di essere servi della stupidità sulla base del pregiudizio che «la ricerca ha dimostrato» e dell’affermazione che «tanto quello che conta è l’amore».

Il bisogno di avere una madre e un padre
La presenza dei genitori svolge un ruolo basilare nello sviluppo psicosociale. Fonda l’identità della persona e promuove la costruzione dei legami.La coppia coniugale è portatrice di cura, protezione e affetto (funzione materna) e, allo stesso tempo, di giustizia ed equità (funzione paterna). Il loro connubio permette una cura responsabile.
Il fatto che un bambino per crescere abbia bisogno di un papà e di una mamma sembrava fino a non molto tempo fa qualcosa di scontato e condiviso da tutti: ora sembra non essere più così, o almeno non è più così per molti. L’incremento dell’instabilità coniugale, la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono seriamente in discussione tale affermazione.
Cercheremo, dunque, di analizzare in breve se vi sia un fondamento psicologico al bisogno di padre e di madre per ogni essere umano, per arrivare poi a fare qualche cenno alle conseguenze dovute all’assenza o inadeguatezza delle figure genitoriali nello sviluppo psicologico del figlio e alla necessità di eventuali figure genitoriali sostitutive.

Codice affettivo ed etico
Se da decenni la letteratura psicologica ha ampiamente sottolineato l’importanza del legame di attaccamento con la madre quale fondamento del benessere psichico del figlio, gli studi più recenti hanno evidenziato anche l’importanza della funzione paterna man mano che il figlio o la figlia crescono, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali. Possiamo dire, in altre parole, che la genitorialità si esplica nella cura responsabile nei confronti del figlio che coniuga sia aspetti di cura, protezione, affetto e speranza, tipici della funzione materna (il matris-munus), sia l’aspetto della norma, del senso di giustizia e di equità riferibile alla funzione paterna (il patris-munus).
A questo secondo aspetto è connesso il compito di orientamento dei figli, cioè l’offrire loro una sorta di “bussola” interiore, un insieme di criteri, che comunemente chiamiamo valori, cui essi possono riferirsi nelle situazioni della vita e su cui sono chiamati a operare una scelta, una volta divenuti adulti.
Dunque, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un codice affettivo materno e di un codice etico paterno è fondamentale per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale: pertanto, madre e padre giocano ruoli e funzioni diverse e complementari nella crescita dei figli, pur modificandosi nel tempo a seconda dell’età dei figli. La cura responsabile è in tutti i casi compito congiunto della coppia genitoriale: nella società contemporanea la divisione dei ruoli genitoriali è molto meno rigida rispetto al passato e la funzione paterna e materna risultano svolte oggi, con modulazioni diverse, da entrambi i membri della coppia genitoriale.
Le funzioni materna e paterna sono infatti per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano anche alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (es.: aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove la presa di distanza dai modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne (si parla a tal proposito di new nurturant fathers).
Di fatto, nell’attuale contesto socioculturale, vengono maggiormente enfatizzati gli aspetti affettivi e di accudimento, mentre la funzione etico-normativa è lasciata più sullo sfondo. È tuttavia essenziale, oggi come ieri, che nella coppia siano presenti entrambe le risorse della cura (l’affetto e la norma) poiché l’impoverimento dell’uno o dell’altra portano inevitabilmente a situazioni problematiche, e in certi casi gravemente disfunzionali, per il figlio. Dunque le funzioni materna e paterna si radicano certamente alla persona del padre e della madre, ma al tempo stesso le trascendono.

Solo l’amore può bastare?
Facendo leva proprio su questo aspetto, molti traggono la conclusione che ciò che è davvero importante sia la qualità delle relazioni familiari, indipendentemente dal fatto che vi siano un padre e una madre: crescere in un ambiente sereno, privo di conflittualità e improntato al dialogo e al rispetto sembra, agli occhi di molti, essere più decisivo rispetto alla presenza concreta di un padre e di una madre. D’altra parte, la realtà ci insegna che è effettivamente possibile crescere anche senza un genitore: l’esperienza di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, può testimoniare che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza – che va comunque affrontata ed elaborata — i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre.
In questi casi un ruolo assai importante può essere ricoperto anche da altre figure di riferimento, quali nonni, amici, educatori e reti di sostegno esterne, dato che l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso anche con altri che non siano l’altro genitore. Ma davvero queste osservazioni bastano a scardinare la convinzione dell’importanza per un figlio di poter essere cresciuto da un padre e da una madre? È proprio vero che “tanto quello che conta è l’amore”?
In realtà, e soprattutto se ci mettiamo dal punto di vista del figlio, dobbiamo riconoscere la “necessità” per ogni essere umano di un paterno e di un materno o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”. Se c’è infatti un dato indiscutibile su cui non si può obiettare, è che per nascere, “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”.
Assistiamo nella odierna cultura occidentale alla compresenza di due opposte estremizzazioni1) da una parte la tendenza a ridurre lo psichico al biologico: ne è prova il tentativo di ricondurre al dato biologico e genetico la causa di tutte le patologie psichiche; 2) dall’altra, si assiste al diffondersi dell’estremo opposto, ovvero una netta distinzione, fino alla separazione e al totale scollamento dello psichico dal biologico, come se il primo non “abitasse” in un corpo sessuato geneticamente conformato. Di fatto operare una detta scissione tra il dato biologico e la dimensione psichica è del tutto fuorviante.
Nella realtà sono dimensioni inestricabilmente connesse: detto in altre parole, l’essere umano è un tutt’uno composto di mente e di corpo strettamente connessi tra loro. La differenza di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica: il figlio è sempre generato da due e da due “diversi”, potremmo dire da una corposa presenza di un maschio e una femmina, che sono il padre e la madre e che portano con sé due stirpi familiari, due storie inter-generazionali e sociali, e di tutto ciò ha costante bisogno nella sua crescita.
Pertanto il figlio, nel tempo per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato. Non c’è identità senza un’origine. In altre parole non riusciamo a rispondere esaurientemente alla domanda “chi sono io?” senza far riferimento alla nostra origine, ossia al padre e alla madre che ci hanno generato. D’altra parte, dal punto di vista biologico, è stato calcolato che un bambino è la combinazione dei geni di 240 persone, otto generazioni, cioè circa due secoli! E questa componente genetica viene immediatamente “catturata” nella dimensione psicologica e a essa vengono attribuiti una serie di significati che vanno a strutturare le vita psichica.
Un valido punto di osservazione di tutto ciò è il tema della somiglianza: fin dalla nascita, agli aspetti di somiglianza viene immediatamente attribuito un particolare significato di appartenenza del figlio alle stirpi familiari. Alcune ricerche hanno evidenziato come la madre e i familiari attribuiscano più frequentemente la somiglianza del nuovo nato “al padre”: si potrebbe cogliere in questo un movimento, spesso inconsapevole, della famiglia estesa per chiamare il padre e per coinvolgerlo nel legame con il figlio.
L’attribuzione di somiglianza non è pregnante solo nella fase immediatamente successiva alla nascita, ma evolve nel tempo e trascende l’aspetto fisico per abbracciare tratti della personalità del figlio che richiamano spesso persone della parentela anche allargata. In altre parole, il figlio si trova fin dalla nascita “investito” di attese, valori e significati, da parte del padre e della madre e attraverso questi ultimi da parte delle rispettive famiglie di origine, ovvero delle due genealogie familiari.

Contesto familiare adeguato
Dunque, poter fare riferimento sul piano della realtà a due genitori, ovvero a quel padre e a quella madre nella loro essenziale unicità e, attraverso di loro, alle due stirpi familiari è una condizione necessaria per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità. Ne è prova l’angoscia di chi, per i motivi più diversi, non ha accesso alle proprie origini, non sa o non di rado è impedito od ostacolato nella conoscenza, come sono per esempio i casi di adozione.
Fin qui abbiamo evidenziato sinteticamente come il bisogno di padre e di madre, anzi di “quel padre” e di “quella madre” sia inscritto in ciascun figlio, non solo nel suo Dna ma anche nel bisogno di relazione che è tipico di ogni essere umano e fondamento della sua struttura psichica. Il piccolo dell’uomo si apre alla vita solo ed esclusivamente in un contesto di relazioni che gli assicurano protezione e cura, e nel tempo attraverso il rispecchiamento gli permette di capire chi è e di strutturare la sua identità. Noti sono i resoconti di Spitz relativamente alla situazione di molti bambini ricoverati negli orfanotrofi alla metà del secolo scorso che, seppur curati e nutriti, entravano in quella che fu definita la “depressione analitica” fino a lasciarsi letteralmente morire proprio perché privi di quella risorsa fondamentale che è la relazione con una figura di accudimento stabile e premurosa.
Tutto ciò è stato recepito a livello normativo nella Convenzione Onu dei Diritti del fanciullo del 1959, in cui al Principio sesto si dice: «II fanciullo, per lo sviluppo armonioso della sua personalità ha bisogno di amore e comprensione. Egli deve, per quanto è possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori». Più di recente la Convenzione de L’Aja del 1993, che regolamenta tra le altre anche l’adozione, nei suoi principi «riconosce che, per lo sviluppo armonioso della sua personalità, il minore deve crescere in un ambiente familiare, in un clima di felicità, d’amore e di comprensione».
A livello nazionale, poi, possiamo ricordare la Iegge 149 del 2001 che riprende e integra la legge 184 del 1983 e che all’articolo 1 recita: «II minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia».
Ma quando tutto ciò non è possibile? Anche ai giorni nostri, seppur siano cambiate le condizioni socioculturali rispetto all’epoca delle osservazioni di Spitz, sono numerosissimi i casi di bambini che per i motivi più diversi sono privati del tutto o in parte di una relazione adeguata con il proprio padre e la propria madre.
In questi casi è unanimemente riconosciuta e stabilita per legge la necessità di ricorrere a un nucleo familiare sostitutivo ritenuto maggiormente idoneo alla crescita fisica e allo sviluppo psicologico e cognitivo: cioè, laddove si renda necessario un allontanamento dal nucleo di origine, perché assente, carente o non adeguato, il collocamento in una famiglia sostitutiva, sia essa affidataria o adottiva, risulta preferibile rispetto alla permanenza in una struttura residenziale.
Infatti, è stato evidenziato come, al di là della mutevolezza delle condizioni medico-sanitarie, per ogni anno trascorso in istituto il bambino accumula mediamente un ritardo di circa 3 mesi nella crescita fisica e nello sviluppo psicologico e cognitivo, mentre il collocamento nella famiglia adottiva ne favorisce un sorprendente recupero da tutti i punti di vista.
Inoltre, qualora i bambini adottati siano posti a confronto non tanto con i coetanei che vivono nella propria famiglia biologica, quanto con quei minori che rimangono in istituto o in comunità e che di conseguenza hanno un background di provenienza simile agli adottati, in termini di probabilità di rischio genetico, di trascuratezza e di esperienze pregresse, le differenze riscontrate vanno decisamente a vantaggio dei soggetti adottati: questi ultimi globalmente manifestano con minore probabilità problemi comportamentali, una migliore riuscita scolastica e un quoziente intellettivo decisamente superiore.
L’adozione, assicurando un ambiente di tipo familiare, ovvero la presenza di un padre e di una madre, costituisce effettivamente un’occasione favorevole alla crescita per quei bambini che sono privi di un contesto familiare adeguato, consentendo un consistente recupero.
Inoltre, non poche ricerche hanno evidenziato come i bambini collocati in famiglia adottiva dopo aver trascorso un periodo in famiglia affidataria abbianopotenzialità di recupero sia relazionali sia cognitive decisamente superiori ai bambini che permangono in istituto. Dunque il contesto familiare – anche sostituivo a un nucleo di origine – è l’unico capace di garantire al minore un contesto adeguato per la crescita, perché è l’unico che possa rispondere al bisogno di padre e di madre di ogni figlio.

L’adozione e l’affido
Adozione e affido sono riconosciuti come strumenti di protezione dell’infanzia: in che senso? Possono essere definite forme di garanzia della condizione di “figlità”, dell’”essere figli”. Andiamo più a fondo sulla questione. Tale condizione, costitutiva e accomunante tutti gli esseri umani (tutti noi siamo figlio/a di …), presuppone la presenza di diverse dimensioni, che altrove abbiamo definito biologica, accuditivi-educativa, storico-intergenerazionale e sociale.
Si è figli, infatti, in quanto biologicamente concepiti e generati da una coppia genitoriale (registro biologico); in quanto nutriti, accuditi e fatti crescere attraverso la cura responsabile (registro accuditivo-educativo) ; in quanto resi membri di una stirpe e inseriti in una storia intergenerazionale di cui il cognome è il segnale più immediato (registro storico-intergenera-zionale) ; si è figli, infine, in quanto riconosciuti nella propria appartenenza civile, sociale, etnica e culturale (registro culturale-sociale).
La compresenza di questi quattro “registri” è ciò che consente a ciascun figlio di crescere in quanto figlio e ne definisce l’identità più profonda: pertanto non è sufficiente per un figlio che sia svolto l’accudimento relativo ai suoi bisogni puramente biologici se poi non viene rispettato il suo bisogno di essere guidato o di essere riconosciuto come parte di una genealogia familiare o sostenuto nel suo percorso di diventare cittadino del mondo.
Quando uno o più di questi registri viene meno, la persona rischia quindi di non poter realizzare pienamente la sua identità, costitutiva della sua stessa esistenza. Si potrebbe affermare che “non si esiste se non come figli”. Per questo il contesto sociale si fa carico e cerca di supplire alle eventuali carenze su questo aspetto, riconoscendo implicitamente il valore della categoria antropologica di figlio come «generato da un padre e da una madre entro una storia intergenerazionale e sociale».
Nell’adozione come nell’affido, i genitori assumono su di sé soprattutto la funzione accuditiva ed educativa che sono venute meno nel nucleo d’origine. Essi sono chiamati infatti a dare affetto e protezione al figlio che viene loro affidato, a trasmettere norme e valori, a essere guida e dare orientamento nella vita.

Adozione
Nel caso dell’adozione, in particolare, il legame genitori-figli si costituisce a partire dalla mancata condiyisione della dimensione biologica. È proprio l’elaborazione di questa mancanza – sia da parte del figlio sia dei genitori adottivi – a costituire il perno della vicenda adottiva. I genitori, dunque, si trovano ad assumere, nel senso di “fare proprie”, le altre tre dimensioni e a svolgere la cura responsabile (registro accuditivo-educativo), costruire una comune appartenenza familiare, sancita per altro dall’assunzione del cognome (registro storico-intergenerazionale), nonché a inserire il figlio a pieno titolo nel contesto sociale (registro culturale-sociale): il figlio, infatti, entra a pieno titolo nella storia familiare e sociale e diviene il depositario di quanto viene trasmesso e sedimentato nello scambio tra le generazioni.

Lo snodo cruciale sta nel fatto che l’adozione permette al bambino di sentirsi pienamente figlio dei genitori adottivi, appartenente a quella specifica famiglia e alla sua storia plurigenerazionale, pur continuando a essere, nel registro biologico, figlio di altri e, nel caso di adozione internazionale, anche di un’altra cultura (Greco, Rosnati, 2001). Infatti, ciò che rimane iscritto nel passato e non cancellabile è il registro biologico, che come abbiamo visto ha immediatamente anche una notevole pregnan-za dal punto di vista psicologico.
Alla base del legame adottivo è posta la differenza: innanzitutto la differenza genetica cui spesso si associa anche la differenza etnica, di lingua e di cultura. Il tema della differenza, infatti, è destinato a rimanere un tema “sensibile” nelle famiglie adottive, in particolare durante l’adolescenza del figlio adottato, che cresce in mancanza di uno «specchio biologico» (Brodzinsky, 1990), di solito offerto dai genitori: i suoi tratti somatici rimandano infatti costantemente a un “altrove”. L’identità, compito peculiare della fase adolescenziale, si costruisce, come abbiamo detto, a partire dal riconoscimento dell’origine.
Infatti, viva è nei ragazzi adottati la domanda: «Chi mi ha generato? Perché non mi ha tenuto?». Molti sono quelli che, una volta diventati adulti, cercano, a volte attivamente e realmente, a volte solo interiormente in una sorta di viaggio simbolico, tutte le informazioni, tutto ciò che può riempire quel “buco nero” che avvertono così prepotentemente dentro di loro.
Il compito è dunque quello di trovare il filo rosso che lega i diversi capitoli della propria storia, per dare continuità e significato al Sé: tale compito non può essere svolto in solitària, ma è un compito congiunto di genitori e figli. Molto in sintesi possiamo dire che tanto più il figlio si sentirà accettato, riconosciuto e valorizzato nella sua differenza e nella sua diversa origine, tanto più sarà in grado di mettere radici nella nuova famiglia e di “approfittare” pienamente della cura e di tutte le molteplici risorse che gli vengono offerte nel nuovo contesto familiare.

Affido
Nell’affido, i genitori affidatari svolgono le funzioni accuditivo-educative (ritenute non adeguate nelle famiglie di origine), ma sono chiamati a mantenere e garantire un rapporto non solo simbolico, ma reale con la famiglia biologica (o parte di essa) , di cui il minore conserva il cognome, ovvero l’appartenenza intergene-razionale e culturale. Anche in questo caso il rispetto della diversità è la chiave di successo dell’affido che rischia di essere fallimentare proprio quando si cerca di inglobare il figlio in affido, senza rispettare e proteggere la sua appartenenza anche alla famiglia di origine (Greco, latrate, 2001; Greco, Co-melli & latrate, 2011).

Non di rado, i figli si sentono lacerati da conflitti di lealtà tra le due famiglie dalle quali sono contesi e allora si sentono costretti a “schierarsi” o con gli uni o con gli altri. In questi casi, tuttavia, è vanificata la stessa efficacia dell’intervento, perché il non rispetto dei confini impedisce ai figli di godere anche dei benefici della cura che gli affidatari sono in grado comunque di garantire.
In sintesi, possiamo dire che la necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, diritto inalienabile di chi è figlio: ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica – quando non è possibile quella reale – alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona, ovvero costituirà i “mattoni” della propria identità personale.

Quale bene per la persona?
Come abbiamo visto, seppur brevemente, la complessità dell’esperienza dell’adozione e dell’affido mette pienamente in luce tutto ciò e rende evidente il bisogno iscritto in tutti i bambini di padre e madre. Curioso (per non dire inquietante) che, da una parte si investa tanto nella tutela di questo diritto dell’essere umano a essere “figlio a tutti gli effetti”, mentre dall’altra parte si remi contro le categorie antropologiche connesse a tale diritto: ne è un esempio la recente proposta di eliminare la specificità dei termini “padre” e “madre” e di sostituirli con quelli di “genitore 1 ” e “genitore.
Ma queste sono solo alcune delle tante contraddizioni della nostra cultura, che troppo spesso inneggia astrattamente e ipocritamente all’importanza dell’”amore “e del “benessere”, senza porsi il problema di ciò che è il “bene” per la persona, ossia di ciò che rende l’umanità davvero degna di questo nome e che, pur affermando la centralità dei diritti dei bambini, di fatto tende a mettere in primo piano – fino a occupare tutto lo spazio – i diritti, reali o supposti, degli adulti.

L’omogenitorialità, ovvero l’adozione omosessuale
I temi cosiddetti “eticamente sensibili” o della “biopolitica” suscitano, quasi visceralmente, reazioni di schieramento fra ideologie contrapposte, che impediscono che argomenti complessi e delicati  vengano affrontati in spirito di ricerca, collaborazione e dialogo, utilizzando lo strumento più “neutro” di cui disponiamo: la ragione, che produceargomentazione razionale. Nella speranza che non sia l’ennesimo buco nell’acqua, proviamo ad affrontare il tema della omogenitorialità, evitando sia argomentazioni ideologiche o confessionali, sia schieramenti precostituiti politici o partitici.
Negli ultimi anni, nel dibattito pubblico è stato introdotto il tema della cosiddetta “omogenitorialità”, da cui si vorrebbe derivare il diritto di adottare bambini da parte di coppie gay. Il fatto che le coppie eterosessuali lo possano fare e quelle omosessuali no, viene presentato come un’intollerabile discriminazione. Prescindendo dagli aspettiantropologici e giuridici (che non sono di poco conto), l’argomento “scientifico” che viene opposto è l’affermazione perentoria che esistono evidenze scientifiche che permettono di affermare che le coppie omosessuali sono parimenti idonee a quelle eterosessuali, ai fini dello sviluppo psicofisico e del benessere generale dei bambini. Questa tesi viene, di fatto, a contraddire e rigettare più di centocinquant’anni di studi in ambito di psicologia dell’età evolutiva, da Freud ai nostri giorni.
Il presidente dell’Associazione Gay Net ItaliaFranco Grillini, ha dichiarato che «… ci sono in Italia centomila bambini che crescono bene in coppie LGBT e, come dimostrano gli studi scientifici in materia, non c’è alcuna apprezzabile differenza nella crescita equilibrata con gli altri bimbi che vivono in coppie eterosessuali». Del resto, sulla medesima lunghezza d’onda, ben più autorevoli voci si sono alzate; prima fra tutte quella della American Academy of Pediatrics ha dichiarato che: «Una considerevole mole di letteratura professionale fornisce la prova che bambini con genitori omosessuali possono avere gli stessi benefici e le stesse aspettative in termini di salute, adattamento e sviluppo dei bambini i cui genitori sono eterosessuali».
La “considerevole mole” a supporto è rappresentata da nove studi, che è doveroso analizzare per farci una visione più ampia e documentata possibile.
Il primo lavoro è una ricerca empirica nella quale genitori gay e lesbiche raccontano la loro esperienza personale con il sistema pediatrico americano, che giudicano in modo decisamente favorevole e soddisfacente, pur bisognoso di correggere qualche carenza marginale. Come si vede, viene trattato un aspetto dell’organizzazione sanitaria pediatrica americana che non ha nulla a che fare con il tema dell’omogenitorialità.
Il secondo ed il terzo sono due “amicus brief” ad opera dell’American Psychological Association (APA). Per i non addetti ai lavori, un “amicus brief” è un saggio offerto spontaneamente al tribunale da parte di un terzo non parte in causa, inerente l’argomento in discussione.
I due lavori citati e riportati, ad opera abbiamo detto dell’APA, riguardano, il primo, una madre lesbica (che aveva già una figlia) alla quale era stato negato l’affidamento ed il secondo un padre gay al quale la moglie voleva impedire le visite del figlio alla presenza del suo nuovo compagno omosessuale.
Il quarto è un articolo nel quale gli stessi Autori (Melanie A. Gold, Ellen C. Perrin, Donna Futterman, Stanford B. Friedman) – pur traendo delle conclusioni favorevoli alle adozioni di coppie gay – dichiarano il valore oggettivo e scientifico assai limitato del loro studio, a causa di «campioni di piccole dimensioni, selezione di soggetti non casuale(significa che i soggetti in studio sono stati scelti non a caso – ndr), una gamma ristretta di contesti socio-economici e razziali e la mancanza di follow-up longitudinali».
Il quinto riferimento bibliografico è rappresentato da una rassegna che l’autrice, dottoressa Fiona Tasker, dedica a due studi inglesi aventi le seguenti caratteristiche:

  • il primo, mette in comparazione un piccolo numero di 37 bimbi cresciuti con una coppia lesbica, con un gruppo di controllo rappresentato da 27 bimbi cresciuti con una madre sola (non con una coppia eterosessuale). Il metodo d’indagine e valutazione utilizzato dagli Autori è quello della “intervista semi-strutturata” a madri e bambini;
  • il secondo, confronta due piccoli campioni (15 bimbi cresciuti da madri lesbiche e 15 bambini cresciuti da coppie lesbiche) con un gruppo di controllo decisamente “particolare”: 42 bimbi cresciuti con madri eterosessuali sole, 41 bimbi nati dainseminazione artificiale e cresciuti da coppie eterosessuali, 43 coppie eterosessuali con un figlio nato con tecniche di fecondazione artificiale. A completamento, si deve aggiungere che il gruppo delle madri lesbiche e quello delle madri sole erano composti da soggetti che si erano offerti volontari.

Anche in questo caso, il metodo seguito è stato quello – assai controverso, perché molto poco oggettivo – dell’intervista semi-strutturata. Concludendo, l’Autrice – affermando l’assenza di differenze fra lo sviluppo dei piccoli appartenenti a tutti i gruppi in esame –  deve ammettere che «è emersa una correlazione positiva fra autostima dei bimbi e presenza del padre».
Il sesto studio è una rassegna delle tre ricerche della dottoressa Charlotte Patterson, curata da lei stessa. Una sorta di “autocitazione”. La Dottoressa Patterson è una nota attivista lesbicaconvivente con una compagna con la quale ha cresciuto tre figli.

  • La prima ricerca è priva di qualsiasi valore oggettivo. Si tratta di una raccolta di interviste, senza alcun gruppo di controllo, «costruita su un campione non rappresentativo, arruolato attraverso il passaparola».
  • La seconda passa in rassegna un gruppo di 55 famiglie lesbiche e 25 famiglie eterosessuali che hanno avuto il figlio attraverso la Banca della Sperma della California, quindi attraverso fecondazione eterologa.
  • La terza riporta il resoconto di 44 madri lesbiche conviventi ed un gruppo di controllo di 44 madri in coppie eterosessuali. Oggettivamente, solo a quest’ultimo studio si può attribuire qualche valenza di attendibilità, ma sempre con il grave limite di essere un campione assai – troppo – limitato per poter trarre conclusioni fondate.

Ed ecco le conclusioni della dottoressa Patterson: «Che un effetto misurabile dell’orientamento sessuale dei genitori sullo sviluppo sessuale dei bambini sia dimostrato o meno, le principali conclusioni della ricerca condotta fino ad oggi restano chiare: qualunque correlazione possa esistere tra gli esiti sui bambini e l’orientamento sessuale dei genitori, è meno importante di quella fra i risultati dei bambini e la qualità della vita familiare». E’ certamente un linguaggio cripticoambiguo rispetto alla chiarezza della risposta che ci si aspettava e soprattutto che sposta nettamente il fuoco del problema: s’introduce il dato della “qualità della vita familiare” e si passa in second’ordine il dato che ci interessava, cioè l’omogenitorialità, valore od ostacolo nella crescita armonica del bambino.
Per completare la citazione della dottoressa Patterson è doveroso aggiungere che nel 1977 il Tribunale della Florida ha stabilito che: «…l’imparzialità della dottoressa Patterson è diventata discutibile quando prima del processo si è rifiutata di consegnare a suoi legali le copie della documentazione da lei utilizzata negli studi… La dottoressa Patterson ha testimoniato la sua propria condizione di lesbica e l’imputata ha sostenuto che la sua ricerca era probabilmente viziata dall’utilizzo di amici come soggetti per la ricerca stessa. Tale ipotesi ha acquisito ancor più credito in virtù della sua riluttanza a fornire i documenti ordinati».
Il settimo apporto bibliografico non andrebbe neppure citato per la sua palese insignificanza. Si tratta, infatti, di un libro-raccolta di interviste a genitori omosessuali e a figli di genitori omosessuali, nelle quali ognuno racconta sé stesso.
L’ottavo è un studio che passa in rassegna 17 ricerche sulla genitorialità lesbica e riguarda donne «giovani, bianche, di classe sociale medio-alta, di istruzione elevata, residenti in aree urbane ed aperte circa la loro condotta sessuale». Si vede bene che non si tratta di un campione rappresentativo della popolazione.
Il nono ed ultimo riferimento è un Technical Report dell’American Academy of Pediatrics (AAP), a firma Ellen Perrin. La conclusione non può non lasciare quantomeno perplessi per la sua intrinseca contraddittorietà: «I campioni piccoli e non rappresentativi presi in considerazione e l’età relativamente giovane della maggior parte dei bambini suggeriscono qualche riserva….non vi è alcuna differenza sistematica tra genitori gay e non-gay per salute emotiva, capacità genitoriali e atteggiamenti nei confronti della genitorialità». I membri del consiglio dell’American College of Pediatricians hanno assunto una posizione molto critica nei confronti dell’ AAP, inviando alla redazione della rivista “Pediatrics” una lettera nella quale contestano le affermazioni a favore dell’omogenitorialità: «Troviamo questa posizione insostenibile e, qualora fosse attuata, gravemente dannosa per i bambini e la famiglia…. Siamo contrari a questa posizione per l’assenza di prove scientifiche a suo sostegno, e le potenziali conseguenze negative sui bambini. Concedere lo status di matrimonio legale alle unioni omosessuali sarebbe un tragico errore di calcolo, che porterà danni irreparabili alla società, alla famiglia e ai bambini».
Come si vede, «la considerevole mole di letteratura professionale» e «gli studi scientifici» invocati a sostegno della cultura LGBT è di indubbia scarsa rappresentatività e qualità scientifica, non fornisce alcuna prova oggettiva e non produce risultati univoci. Il millantato credito autoreferenziale soffoca ogni sforzo onesto di ricerca davvero scientifica, nella direzione del “miglior interesse” e del “miglior bene” possibile per il bimbo adottabile.
A questo proposito – cioè che lo sforzo della società, in generale, e del legislatore, in particolare, deve avere come scopo primario ed imprescindibile il maggior benessere per il bambino in stato di adattabilità – è utile riferirsi ad uno studio comparso su “Duke Journal of Gender Law & Policy” (volume 18, 2008), autore Richard E. Redding, cheriesaminando la letteratura sull’omogenitorialità in prospettiva favorevole alla cultura gender, giunge alle seguenti conclusioni:

  • la letteratura sull’argomento è influenzata da un pregiudizio favorevole alle posizioni gender (e ciò avviene in perfetta coerenza sia con l’orientamento “liberal” che caratterizza la psicologia e la psichiatria attuale, sia con il fatto che la maggior parte degli Autori è personalmente implicato in questo tema);
  • le ricerche indicano che i figli di coppie gay e lesbiche sviluppano un orientamento omosessuale (ma questo non è necessariamente un male);
  • la popolazione omosessuale ha un’incidenza maggiore di depressione, ansia ed abuso di sostanze rispetto alla popolazione generale (ma non tutti i gay e le lesbiche soffrono di questi problemi);
  • la ricerca ha stabilito che una famiglia formata da un padre e da una madre conviventi è la miglior condizione nella quale i figli possano crescere (ma la legge non obbliga ad essere “genitori perfetti”).

Quindi, in conclusione: «Al momento non possediamo un numero sufficiente di ricerche che consentano di concludere che crescere in una famiglia gay o lesbica non causa danni psicologici ai bambini. Ma questo è diverso dal concludere che crescere in una famigliaomosessuale è un’esperienza positiva per i bambini come lo è crescere in una famigliaeterosessuale».
Il sociologo Mark Regnerus, dell’Università del Texas, ha pubblicato una ricerca che ha coinvolto 3000 giovani, dai 18 ai 39 anni. Tra questi, 175 erano figli di donne coinvolte in una relazione omosessuale e 73 figli di uomini nella stessa condizione. Questo campione è stato confrontato con un gruppo di controllo formato da figli di genitori sposati conviventifigli adottivifigli di separatifigli di genitori risposatifigli di genitori soli. Sono emerse numerose differenze fra le varie categorie, e l’autore ne descrive ben 25. Il pregio di questo studio consiste nel fatto che si tratta di una ricerca unica per ampiezza del campione e per rigore scientifico, che non vuole giungere a conclusioni definitive, ma si limita ad esporre, circostanziandola con dati e numeri, la grande problematicità del tema.
Ciononostante, Regnerus ed il suo lavoro sono stati duramente attaccati dalla lobby gay, che non tollera che si alzi anche una sola voce che esponga dubbi e criticità. Due le critiche sollevate: Regnerus è cattolico e lo studio è stato finanziato da due fondazioni di stampo conservatore; sono stati utilizzati figli di genitori coinvolti in una relazione omosessuale, anziché figli cresciuti in coppie omosessuali. Si è anche giunti a denunciare Regnerus di aver falsificato i dati, chiedendo all’Università del Texas di istituire una commissione d’inchiesta. Il responso finale della commissione è stato: «.. la ricerca è stata gestita in modo coerente ed è in linea con i requisiti normativi federali, che regolano le indagini sulla cattiva condotta nella ricerca».
Contemporaneamente allo studio di Regnerus, sull’Elsevier’s Social Science Research (10.06.2012) veniva pubblicato un lavoro di Loren Marks, ricercatrice dell’Università della Louisiana, in cui veniva smontata l’affermazione dell’APA, secondo la quale «nessuno studio prova che i bambini di genitori gay o lesbiche sono svantaggiati rispetto ai bambini con genitori eterosessuali». L’autrice ha analizzato rigorosamente la fonte scientifica di riferimento dell’APA, rappresentata da 59 studi. Questi i risultati:

  • dei 59 lavori, 26 sono descrizioni della vita dei bambini entro coppie gay, senza alcuna analisi comparativa con bambini cresciuti entro coppie eterosessuali;
  • dei 33 lavori che, invece, questo confronto lo compiono, 13 famiglie classificate come “eterosessuali” sono in realtà o madri single, o ragazze madri, o madri separate/divorziate;
  • negli ulteriori 20 lavori, non si specifica mai quale tipo di famiglia eterosessuale è in gioco: coppia sposata e convivente, coppia di fatto (stabile o occasionale), coppia proveniente da precedente divorzio, presenza di figli provenienti da precedenti relazioni, ecc…;
  • le coppie omosessuali valutate sono principalmente rappresentate da lesbiche bianche, con alto grado d’istruzione, di classi sociali abbienti; le famiglie eterosessuali valutate sono principalmente monogenitoriali e monoreddito, medio-basso.

La conclusione dello studio non ha per nulla i toni dello scontro o della faziosa contrapposizione. Ci si limita a dichiarare che: «È vero che gay e lesbiche possono essere buoni genitori … ma una stabile unione matrimoniale fra un padre ed una madre resta la forma sociale migliore per il bambino».
Abbiamo passato in rassegna gli studi più significativi, ma ne abbiamo analizzati numerosi altri, che per ragioni di spazio/tempo, necessariamente ridotti, è impossibile affrontare in dettaglio. Comunque, il “filo rosso” che lega tutti questi studi può essere individuato in questi elementi:

  • la ricerca sul tema del rapporto fra omogenitorialità e sviluppo psicofisico del bambino è di pessima qualità sul piano del rigore della ricerca scientifica (è vero che la ricerca “perfetta” non esiste, soprattutto in ambito di scienze umane, ma la ricerca su questo tema è inaccettabilmente lacunosa ed approssimativa);
  • il pressapochismo dimostrato può essere frutto o di incompetenza o di intenzionalità funzionale: la prima ipotesi non vorremmo neppure prenderla in considerazione, la seconda – certamente palese e documentabile – costituisce proprio l’esatto contrario del paradigma “scientifico”: invece di partire da un’ipotesi di lavoro da convalidare con argomenti sicuri e concreti, fino a giungere ad una tesi documentata, assistiamo all’operazione contraria, per cui partendo dalla tesi (l’omogenitorialità ha il medesimo valore della coppia eterosessuale in ordine allo sviluppo del bambino) si costruiscono campioni che la sostengono, eliminando ogni dato ad essa contradditorio.

Nonostante questo grave vulnus (che di per sé invalida qualsiasi ricerca), qualche datoimportante possiamo trarlo anche dai lavori citati a favore dell’omogenitorialità. Ad esempio,i figli di genitori con tendenze omosessuali sono più esposti a numerosi rischi, soprattutto in ordine allo sviluppo della propria identità di genere. E’ vero che numerosi ricercatori “gay-friendly” considerano questo dato come un valore positivo, ma – per contro – andrebbe anche ricordato che tutte le statistiche attestano unamaggiore incidenza di malattie fisiche o psichiche nella popolazione omosessuale rispetto alla popolazione generale, con la conseguenza di una vita più breve nelle persone gay o lesbiche rispetto alla popolazione generale.  Per approfondire e chiarire meglio quest’ultimo aspetto, è necessario percorrere un breve excursus nella storia della psicologia dello sviluppo della personalità del bambino, completandolo con lepiù recenti acquisizioni in ambito neurobiologico, dal ruolo dell’epigenetica al “sistema di rispecchiamento”.
Quando si parla di “sviluppo psicologico” dobbiamo intendere una serie di cambiamenti che si verificano nelle funzioni e nella condotta della persona con l’avanzare dell’età. Lo sviluppo è, quindi, il risultato di una modificazione strutturale e funzionale dell’organismo e riguarda, ovviamente, l’intero arco della vita, ma le modificazioni più significative, e più drammatiche, si verificano nel periodo dell’infanzia, della fanciullezza e dell’adolescenza. Le tappe dello sviluppo vengono denominate “fasi” o “età” evolutive. Fino a qualche decennio fa, si era erroneamente creduto che i cambiamenti in campo biologico, nelle fasi iniziali della vita, fossero endogeni edindipendenti dall’ambiente. Ora, al contrario, siamo consapevoli che l’influenza ambientale gioca un ruolo per nulla marginale nello sviluppo della persona, a partire  daiprimi mesi della vita intrauterina e, soprattutto, extrauterina. Nel tempo, si sono strutturati tre approcci teorici sul concetto di sviluppo:

  • approccio comportamentistico, il cui assioma è che l’individuo è una struttura docile e plasmabile, caratterizzata da una capacità illimitata di apprendimento; l’organismo viene modellato dall’ambiente di vita, e lo sviluppo è costituito dal progressivo strutturarsi di risposte del bambino all’ambiente in cui vive;
  • approccio organismico (Freud e Vigotskij), secondo il quale l’individuo è un organismo attivo, spontaneo, teso a realizzare le proprie potenzialità; il bambino costruisce una immagine di sé e degli altri attraverso un costante interscambio con l’ambiente;
  • approccio psicoanalitico, che considera l’individuo come organismo capace di dare significato a sé stesso ed all’ambiente circostante; il comportamento è il risultato di conflitti interni (amore/odio; serenità/ansia; desiderio/paura).

La “personalità” (dal latino “persona”, cioè maschera) si riferisce allo stile di condotta di un individuo, conoscibile dall’esterno. Dal punto di vista scientifico, è assai complicato definire che cosa sia la personalità (lo psicologo americano Gordon Alport enumerò circa diciottomila termini utilizzati per descrivere la personalità, e 50 definizioni di personalità). Lo stesso Autore propose una sua definizione: “la personalità è l’organizzazione dinamica, interna all’individuo, di quei sistemi psicologici che sono all’origine del suo peculiare genere di attaccamento all’ambiente”. Questi “sistemi” non sono elementi fra loro indipendenti; essi interagiscono realizzando una fisionomia unitaria che si evolve e progressivamente matura. Tuttavia, non disponiamo di dati certi che confermino che le varie caratteristiche psicologiche formino complessi unitari. Quindi, affermare che un soggetto ha una personalità di un certo tipo ha solo il valore di un sistema sintetico di descrizione, una sorta di notazione stenografica, che racchiude un gran numero di esperienze ed impressioni che abbiamo costruito sul suo conto, osservandone il comportamento. Non possiamo introdurci in modo dettagliato nell’argomento delle teorie della costruzione della personalità (tipologiche, dei “tratti”, psicodinamiche), ma è comunque necessario soffermarci con qualche attenzione in più sulla “psicologia dell’età evolutiva”.
Innanzitutto una precisazione terminologica. La psicologia nasce come scienza autonoma all’inizio del ‘900 e si propone di studiare la psiche dell’uomo; in quanto tale, potrebbe essere definita la scienza della “soggettività”. La psicologia dell’età evolutiva è il ramo della psicologia che studia sia, in generale, le modificazioni del comportamento durante leprime fasi della vitasia, in particolare, le modificazioni dei singoli, nel loro processo di formazione della personalità. Costituisce, quindi, uno strumento che consente di comprendere come avviene lo sviluppo normale, illustra e chiarisce le tappe obbligatorie (“stadi evolutivi”) e variabili dello sviluppo, specificando le differenze individuali. L’età evolutiva si riferisce a quel periodo della vita nel quale si struttural’accrescimento e la differenziazione delle varie funzioni. Al proprio interno, si distinguono fasi diverse, con limiti cronologici di valore puramente indicativo: prima infanzia (0-3 anni), seconda infanzia (3-6 anni), fanciullezza (6-12 anni) e adolescenza(12-16/18 anni). Negli ultimi vent’anni, grazie all’enorme sviluppo delle conoscenze circa la vita embriofetale ed il rapporto con la madre, la fase prenatale è stata inclusa nell’età evolutiva.
Il grande salto di qualità che ci ha concesso lo studio psicologico dell’età evolutiva è rappresentato da un cambio radicale del paradigma di valutazione: siamo passati dal considerare il bambino come una sorta di “adulto in miniatura” (“adulto nano” di Wolff), strutturato quasi esclusivamente in base ai suoi caratteri ereditari, alla consapevolezza che la sua differenza con l’adulto è soprattutto di ordine qualitativo, piuttosto che quantitativo, in cui il dato “biografico” (rapporti genitoriali, familiari, sociali, ambientali) assume grande importanza, acquisendo sempre più valore “plasmante” e “condizionante” con il passare degli anni e l’allargamento delle figure sociali di riferimento. In questo contesto – descritto necessariamente in modo sintetico, ma rigoroso – assume particolare importanza lo studio del processo di strutturazione della “identità personale”, quella qualità che Erikson (psicoanalista americano, di origine tedesca) definisce “costruzione del senso dell’identità”. Il bambino definisce sé stessocercando una risposta ad una domanda interiore, ancestrale ed inconsapevole – “chi sono io?” – e lo fa utilizzando il “materiale” che ha a disposizione: il proprio “bagaglio genetico/fenotipico” ed il proprio “bagaglio ambientale” cioè papà, mamma, fratelli, parenti, coetanei, luogo sociale con tutte le sue componenti.
Collegata allo sviluppo dell’identità personale vi è la “conoscenza del sé”, che fino ai due/tre anni (prima infanzia) ha come unico riferimento lo stretto ambito famigliare, ma chenon si esaurisce nei soli primi tre anni, richiedendo un lavoro di continuo confrontocon il mondo esterno (che diviene sempre più allargato) almeno fino alla fanciullezza (6/12 anni). Questa “conoscenza del sé” è strutturale e globale: riguarda il corpo e le sue caratteristiche e funzioni, la cognizione (dall’affettività all’emotività, dal pensiero al comportamento), la socialità (dal sentimento di difesa e conservazione, all’autostima e alla gestione dell’alterità, fino alla relazione con tutte le sue variabili), strutturando un processo graduale, che diviene sempre più articolato e complesso con il passare del tempo.
Questa “conoscenza del sé” fa parte di quelli che Maslow (psicologo americano) definisce “bisogni primari”, che ineriscono il benessere del bimbo: per “sentirsi bene” il bambino non ha bisogno solo di nutrirsi, di dormire, di essere protetto, amato ed aiutato, ma ha necessità di “conoscersi” a 360°, come abbiamo visto, e proprio qui fonda tutta la sua importanza il dato della “differenza sessuale” genitoriale, attraverso la quale il bimboimpara e costruisce la sua propria identità e diversità sessuale.
Non è per nulla insignificante o ininfluente se la reazione intrapsichica del bambino alla figura materna è evocata da un soggetto maschio o, viceversa, se quella paterna è gestita da un soggetto femmina: con chi potrà identificare tanto il suo sesso, quanto il suo ruolo, se dinanzi a lui vi è solo una “omogenitorialità” che esclude uno dei due sessi? L’apprendimento e la gestione del proprio sesso richiede che giunga al bimbo un flusso di informazioni/relazioni bidirezionale: da una parte l’identificazione con il sesso omologo e dall’altra ladifferenziazione rispetto all’altro sesso, tanto sul piano biologico (fenotipico), quanto sul piano cognitivo (affettivo, emotivo, relazionale). Il bambino avverte il peso della gestione di un simile processo, tutt’altro che semplice ed automatico, trovando soddisfacimento nella presenza rassicurante di entrambe le figure adulte, nelle quali rispecchiarsi per identificarsi, fra similitudine e diversità.
La raggiunta piena consapevolezza, favorisce il calo del livello di ansia che questo processo reca con sé e consente al bimbo di trovare la sua propria “collocazione” nel mondo, in quanto maschio o femmina. Ma se nel momento il cui il piccolo esperisce tutti i suoi tentativi di “cognizione sessuale” lo priviamo di una delle sue figure di riferimento (o peggio, gli creiamo condizioni di ambiguità) può instaurarsi in lui un processo di regressione intrapsichica, che non può non interferire negativamente nella organizzazione dei vissuti interni del bambino/fanciullo nella prospettiva del conseguimento di uno sviluppo fisiologico della personalità. La psicologia dell’età evolutiva, dalla sua nascita ad oggi, ha prodotto una quantità enorme di bibliografia in questa direzione e non si è mai alzata una sola voce di dissenso. Le uniche differenze, a seconda di varie scuole psicodinamiche, hanno riguardato la gravità delle conseguenze che un simile vulnus è in grado di produrre, ma mai nessuno ha messo in dubbio che potessero non esistere conseguenze negative.
Un ulteriore elemento di chiarezza sul tema, ci giunge dalle moderne “neuroscienze”. Lo studio della neurobiologia delle funzioni cognitive che caratterizzano l’essere umano, ci ha consentito di gettare nuova luce sui processi di sviluppo che stanno alla base della conoscenza di sé e della strutturazione del rapporto con il mondo che ci circonda. Nello sviluppo delle cosiddette “neuroscienze cognitive” una tappa fondamentale è aver individuato nella “neuroplasticità” una caratteristica strutturale del nostro cervello, in grado di plasmarlo e modificarlo, sotto la spinta della relazione con il proprio corpo, con gli altri e con l’ambiente: da qui, l’emergere della “coscienza” di sé e del mondo circostante.
La scoperta che ha rivoluzionato le nostre conoscenze in tema di sviluppo ed apprendimento cognitivo è stata l’esistenza del cosiddetto “sistema di rispecchiamento” la cui struttura cellulare è rappresentata dai “neuroni specchio”(NS) (G. Rizzolatti, 1994). Si tratta di neuroni motori, presenti in varie regioni del nostro cervello, la cui caratteristica peculiare è di essere in grado di attivarsi non solo quando eseguiamo un movimento volontario, ma anche quando osserviamo un movimento o un’azione eseguiti da un’altra persona. E non solo: essi ci consentono anche di comprendere una data azione udendo il rumore che quell’azione provoca (esempio, la sirena di un’ambulanza) senza vedere concretamente l’azione, e di riconoscere addirittura l’intenzione che guida un certo atto motorio, utilizzando piccoli dettagli, quali l’atteggiamento della mano o la smorfia del volto. Si può, quindi, affermare che i NS consentono al cervello di correlare le azioni osservate alle proprie, riconoscendone intenzione e significato.
Si comprende facilmente, quanto sia decisivo il sistema di rispecchiamento per lacostruzione del bagaglio di esperienza comune che sta all’origine della nostra capacità di agire come soggetti sociali e non solo come individui. Non a torto, molti autoriindividuano in questo sistema la base della nostra capacità empatica di conoscenza e condivisione dei moti dell’animo altrui che primariamente caratterizza l’essere umano, fino a prevedere che condizioni patologiche riguardanti il rapporto interpersonale (ad esempio, i disturbi della sfera autistica) dipendano proprio dal “cattivo” funzionamento di questo sistema.
Tutto ciò traduce in termini neurobiologici quanto la psicologia afferma da decenni: è impossibile pensare ad un “io senza un noi”, essendo la relazione – cioè il legame che ci unisce agli altri – parte costituente imprescindibile dello sviluppo della nostra personalità. Dire “persona” è dire “relazione” e la nostra personalità è una struttura aperta e dinamica, in cui l’identità del sé trova nella relazione una delle forze modellanti fondamentali. La neuroplasticità ed i NS ci impongono di guardare al nostro cervello come un vero “organo sociale”, mai definitivamente formato e strutturato, sede anzi di un processo dinamico continuamente soggetto a sviluppo e ricomposizioni per l’intero arco della vita, costringendoci a considerare il ruolo dell’ambiente, dell’esperienza, del corpo, per poi ritornare al cervello, in un incessante rapporto bidirezionale fra struttura neurale e vita vissuta.
Tutto ciò è vero per l’intero arco vitale, consentendo di rimodellare continuamente la personalità, ma è ancor “più vero” per i primi anni di vita, quando l’ambiente in cui avviene la crescita del bambino agisce su una struttura neurale totalmente vergine e massimamente condizionabile. Le prime relazioni “sociali” il bambino le esperisce, impara ed elabora con i propri genitori, entro il nucleo famigliare, in un legame primigenio di relazione affettivo-emotiva assolutamente unico ed irripetibile. In quest’ottica, apparequantomeno ingenuo e miope credere che – in ordine allo sviluppo della conoscenza di sé e della personalità del bimbo – sia ininfluente che la coppia genitoriale sia costituita da due soggetti dello stesso sesso o di sesso diverso. Il sé corporeo sessuale del bambino richiede il confronto ed il raffronto con il sesso omologo di un genitore ed ilsesso eterologo dell’altro, in un interscambio globale in cui entra in gioco una vasta complessità di fattori che non ci sono neppure del tutto noti. Fer-ormoni, sensazioni olfattive-gustative e tattili, percezioni visive ed acustiche, stimoli emotivi, affettivi e cognitivi, meccanismi intrapsichici, spingono le reti neurali del bimbo a comporsi e scomporsi, modellarsi e modificarsi, cercando un assetto strutturale, unico e personale, sul quale costruire il proprio sé.
Alla nascita, il cervello del neonato è volumetricamente più piccolo di quello dell’adulto ma è costituito da un numero doppio di neuroni, che andranno incontro a morte (apoptosi) se non riusciranno ad interconnettersi rapidamente con altri, cioè a formare reti sinaptiche(e sappiamo che tra i due e i quattro mesi di vita il cervello del neonato genera,smantella e ricompone mezzo milione di sinapsi al secondo): una vera fucina che non conosce sosta, sotto lo stimolo di continue nuove esperienze.
Proprio in questi termini, di razionalità e prudenza scientifica, appaionoinaccettabilmente superficiali le affermazioni di neutralità dell’omogenitorialitàrispetto allo sviluppo psicofisico del bambino. La conoscenza del sé, corporeo e psichico, richiede il confronto diretto, costante, stringente e solidale con le figure parentali che “incarnano” la similarità e la differenza sessuale, fisica e cognitiva, del bimbo (padre/maschio – madre/femmina) e attraverso cui “impara” la complementarietà – sessuale e sociale – di tali differenze. Del resto, la letteratura – purtroppo abbondante – della psicopatologia dell’infanzia orfana o abbandonata e/o istituzionalizzata ce ne dà una palese conferma.
Certamente, lo schema di organizzazione che caratterizza tutti i sistemi viventi, e l’uomo in modo speciale, è talmente complesso – in una interazione continua fra biologia, ambiente ed eventi stocastici che è impossibile definire rigidamente – che uno spazio aperto all’imprevedibile ed all’inaspettato deve essere sempre riservato (Einstein affermava che ogni nuova conoscenza produce un aumento del sentimento di ignoranza), ma non per questo siamo autorizzati ad intraprendere strade “ignote e pericolose” o ad esercitare minore prudenza nel garantire le condizioni più sicure possibili.Soprattutto quando in gioco è lo sviluppo e la crescita di un bambino.
Con ciò si vuol dire che esistono certamente coppie eterosessuali pessime sul piano genitoriale, e che altresì possono esistere buoni genitori omogenitoriali, ma ciò non può costituire l’occasione o il pretesto per annullare anni ed anni di studi  e di riscontri di psicologia dell’età evolutiva. Almeno sul piano del “principio di precauzione” – giuridicamente riconosciuto e stabilito a livello internazionale, proprio nella prospettiva della “salute” della biosfera, di cui l’uomo è figura centrale (Comm. Precautionary Principle, 2 febbraio 2000; European Environmental Agency, 2001) – per tutte le ragioni che abbiamo sopra espresso, è certamente preferibile, per il maggiore benessere possibile del bambino, che questi possa crescere e svilupparsi nel contesto di una coppia stabile eterosessuale.
Non è in gioco la libera scelta dell’orientamento sessuale dei genitori, né è invocabile un diritto all’adozione che legittimi, nella forma e nella sostanza, la coppia gay; è in gioco il diritto del bambino abbandonato ad avere una famiglia (art.1, comma 5, legge 184/83) e che questa sia quella che le scienze umane e neurologiche garantiscano come la più idonea, nell’esclusivo interesse del minore, prescindendo da ogni visione morale o confessionale.

I bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, anche se l’ideologia vuole convincerci del contrario
In queste settimane (ma sarebbe più corretto dire anni) nella politica prevale l’ideologia sul buon senso e sull’evidenza della realtà. Vorrei allora proporre una riflessione sull’importanza della presenza di un padre e di una madre per la crescita di una persona. «Serve un padre per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscere il senso ed esprimere il proprio Sé, entrando così personalmente nel tempo e nella storia» scrive Claudio Risé in Il padre. Libertà dono.

Nel mito Edipo uccide il padre Laio senza saperlo e sposa la madre Giocasta. La vicenda raccontata dal tragediografo greco Sofocle (496 a. C.-406 a. C.) profeticamente si è avverata nell’epoca contemporanea. Oggi l’uomo risente di una cultura plurisecolare (discendente dall’Illuminismo) che ha distrutto i padri tentando di conservare solo i valori di cui essi erano stati detentori fino ad allora. Il Settecento illuministico francese ha cercato di eliminare Cristo e la Chiesa conservando i valori di uguaglianza, fraternità, libertà che millesettecento anni di storia cristiana avevano portato in Europa. Il tentativo dell’eliminazione della figura del re e della monarchia in Francia e l’abolizione dell’Ancient régime con la Rivoluzione francese rappresentano simbolicamente la cancellazione dell’antico per l’instaurazione del nuovo, la decollazione del padre per l’intronizzazione del figlio.

La storia ha, poi, insegnato che non era possibile realizzare repentinamente questo passaggio brusco e rivoluzionario, perché i gradini si salgono con sacrificio e pazienza, non si possono saltare. I salti bruschi comportano di solito spargimento di sangue e involuzioni dal punto di vista della società e dei valori. Nietzsche fa piazza pulita di tutti i padri del passato (Socrate, Cristo, s. Paolo, tradizione, i valori, …) per lasciare il bimbo superuomo solo con se stesso, senza padre né madre. Nel Novecento i segnali di questa ribellione al padre/tradizione/autorità sono moltissimi. Tra questi senz’altro la ribellione sessantottina è uno dei più clamorosi.

Negli ultimi quarant’anni, e oggi in maniera sempre più accentuata, la cultura e il diritto occidentali hanno reso superflua o facoltativa la figura del padre. Abbiamo sentito in questi giorni che in Francia si vuole sostituire la festa del papà e della mamma con la festa dei genitori in modo da non discriminare nessuno. Oggi si pretende, cambiando il nome agli arbitri personali, alle nefandezze, agli omicidi, inserendole nell’ambito del diritto e della legalità, di nobilitare ciò che non è nobile, di far passare come conquista ciò che è, invece, una sopraffazione dei più deboli, di chi non parla, di chi non può ancora dire ad alta voce che vorrebbe avere un padre e una madre.

Nella loro nascita i nomi nascondono sempre la verità delle cose. Il matrimonio deriva da munus matris, ovvero «il dovere o compito della madre». Chi vuole chiamare «matrimonio» l’unione tra due persone dello stesso sesso dovrebbe spiegare perché non possa o non voglia chiamarlo con un nome diverso. Non basta cambiare il nome alle cose per cambiarne la natura. Un cane rimane sempre un cane anche se decidessimo di chiamarlo «gatto». Se due persone dello stesso sesso adotteranno un bimbo, lo priveranno della diversità di un papà e di una mamma. La coppia che cresce un figlio ha la sua ricchezza proprio nella diversità e, in un certo senso, complementarietà della figura dell’uomo e della donna, del padre e della madre. Così è sempre stato nella storia dell’umanità, da quando gli esseri umani si sono distinti dalle fiere, per dirla col Foscolo dei Sepolcri (si vada a leggere la cosiddetta parte vichiana del carme «Dal dì che nozze e tribunali ed are»).

La madre è accoglienza, è pazienza, è colei che ha tenuto nel grembo per nove mesi il figlio, lo ha aspettato vivendo la dimensione del sacrificio e dell’abnegazione. Il femminismo degli ultimi decenni non ha certo valorizzato la donna, ma ha voluta equipararla all’uomo destituendola in realtà di quelle virtù che l’uomo deve spesso imparare da chi ha fatto esperienza dell’ospitalità in modo fisico e direi viscerale. Questa comunione con il figlio per nove mesi rende il rapporto tra madre e figlio fortemente biologico, fisiologico, carnale. Il padre inizia a conoscere il figlio solo dopo averlo visto nascere. Prima, nei nove mesi in cui il bimbo è nel ventre materno, è osservatore, non comunica con lui o poco, difficilmente prende pienamente coscienza della novità, poi diventa nel tempo autorità, legge, colui che pone le regole. Chiaramente ogni famiglia è a sé, in ogni nucleo padre e madre imparano a collaborare, a far crescere i figli, a comunicare loro le proprie esperienze e le proprie capacità. Qui, intendiamo, però, sottolineare che esiste una differenza di genere tra uomo e donna, una differenza ontologica e di storia tra papà e mamma.

Le conseguenze di questo processo di eliminazione della figura paterna sono sotto gli occhi di tutti: aggressività o cieca violenza, senso di sfiducia e di autostima, perdita dell’idea di autorità, incapacità di diventare papà e di creare una famiglia, assenza del senso del limite e del senso del sacrificio con conseguente inadeguatezza di fronte alle sconfitte e alle frustrazioni, atteggiamenti nevrotici o psicotici. Il giovane o l’adulto cerca di inibire o di sopire questa aggressività collettiva o individuale, non controllata e regolamentata, non soggetta al senso dell’autorità e della regola, attraverso assunzione di alcool o droghe (l’inibizione avviene qui attraverso la trasgressione), disinibizione dell’erotismo, forme di evasione come eccessivo uso di televisione e di videogiochi, infinite altre forme di intorpidimento dell’io. La società in cui viviamo è, in maniera simbolica, una «grande madre» che stimola i bisogni degli individui al fine di soddisfarli sempre meglio con beni crescenti, sempre più sofisticati, che tratta i suoi componenti guardando le sue necessità biologiche e fisiologiche. L’individuo regredisce ad una situazione infantile, si sente debole, deprivato di forza e di creatività, svuotato di energia spirituale, concepito solo per avere e possedere. Il giovane, spesso, regredisce allo stadio di dipendenza dalla madre rimanendo in casa fino all’età adulta, lasciandosi cullare da agio e tranquillità domestica.

Al figlio si deve mostrare un modo realistico e ragionevole di rapportarsi con la realtà. Mostrare che non è onnipotente, che ci sono dei limiti da rispettare, dei paletti entro cui camminare è profondamente educativo, perché introduce alla realtà indicando, nel contempo, che c’è anche una via da seguire, un sentiero. Il bimbo coglie così un senso, una finalità, un significato positivo che, nel tempo, imparerà a verificare per sé.

Invece, la pretesa violenta di incanalare il figlio in una strada o di progettarne il futuro non aiutano la sua crescita e la capacità di scelta. Ci si deve allora guardare dal tranello di voler dirigere la vita del figlio. Bisogna imparare a guardare il figlio con quel distacco, che è il contrario dell’indifferenza e della distanza, ma che potremmo descrivere con un’immagine dello scrittore francese C. Peguy. Un figlio è nell’acqua di un  fiume, ma non sa ancora nuotare. Il Padre (rappresenta Dio Padre) non vuole che lui anneghi, allora lo sostiene con le braccia, ogni tanto lo lascia perché vuole che lui impari a stare a galla, ma non può lasciarlo solo completamente perché berrebbe l’acqua. Peguy immagina che Dio dica: «Ho voglia, sono tentato di mettere loro la mano sotto la pancia/ Per sostenerli nella mia larga mano/ Come un padre che insegna a suo figlio a nuotare/ Nella corrente del fiume/ E che è diviso fra due sentimenti./ Perché se da un lato se lo sostiene sempre e lo sostiene troppo/ Il bambino si attaccherà e non imparerà mai a nuotare./ Ma anche se non lo sostiene al momento giusto/ Questo bambino berrà un sorso cattivo».

Come è bello vedere un figlio che acquista consapevolezza dei propri mezzi, nel contempo com’è drammatico lasciare la libertà a chi si vuole bene, coscienti che le scelte dell’altro potrebbero non essere indirizzate al suo bene! Eppure Dio ha deciso di scommettere totalmente sulla nostra libertà, perché senza di essa la nostra condizione non sarebbe dignitosa. Sostegno e libertà sono i due fattori su cui si gioca il rapporto tra genitori e figli. La verginità è quello sguardo capace di guardare l’altro senza pretese, senza desiderio di possederlo, ma con l’attenzione costante al Destino, al bene e alla felicità dell’altro.

Serve un padre per riconoscere un senso
Il processo di identificazione è alla base di un sano sviluppo del bambino. Questo processo si basa sulla differenziazione e per questo servono entrambe le figure genitoriali: padre e madre. «Serve un padre per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscere il senso ed esprimere il proprio Sé, entrando così personalmente nel tempo e nella storia». Così scrive Claudio Risé in Il padre. Libertà dono.
«Serve un padre per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscere il senso ed esprimere il proprio Sé, entrando così personalmente nel tempo e nella storia». Così scrive Claudio Risé in Il padre. Libertà dono (edizioni Ares, 2013, pp. 142). Nel mito Edipo uccide il padre Laio senza saperlo e sposa la madre Giocasta. La vicenda raccontata dal tragediografo greco Sofocle (496 a. C.-406 a. C.) profeticamente si è avverata nell’epoca contemporanea.

Oggi l’uomo risente di una cultura plurisecolare (discendente dall’Illuminismo) che ha distrutto i padri tentando di conservare solo i valori di cui essi erano stati detentori fino ad allora. Il Settecento illuministico francese ha cercato di eliminare Cristo e la Chiesa conservando i valori di uguaglianza, fraternità, libertà che millesettecento anni di storia cristiana avevano portato in Europa. Il tentativo dell’eliminazione della figura del re e della monarchia in Francia e l’abolizione dell’Ancient régime con la Rivoluzione francese rappresentano simbolicamente la cancellazione dell’antico per l’instaurazione del nuovo, la decollazione del padre per l’intronizzazione del figlio.La storia ha, poi, insegnato che non era possibile realizzare repentinamente questo passaggio brusco e rivoluzionario, perché i gradini si salgono con sacrificio e pazienza, non si possono saltare. I salti bruschi comportano di solito spargimento di sangue e involuzioni dal punto di vista della società e dei valori. Nietzche fa piazza pulita di tutti i padri del passato (Socrate, Cristo, s. Paolo, tradizione, i valori, …) per lasciare il bimbo superuomo solo con se stesso, senza padre né madre. Nel Novecento i segnali di questa ribellione al padre/tradizione/autorità sono moltissimi. Tra questi senz’altro la ribellione sessantottina è uno dei più clamorosi.

Negli ultimi quarant’anni, e oggi in maniera sempre più accentuata, la cultura e il diritto occidentali hanno reso superflua o facoltativa la figura del padre. Abbiamo sentito in questi giorni che in Francia si vuole sostituire la festa del papà e della mamma con la festa dei genitori in modo da non discriminare nessuno. Oggi si pretende, cambiando il nome agli arbitri personali, alle nefandezze, agli omicidi, inserendole nell’ambito del diritto e della legalità, di nobilitare ciò che non è nobile, di far passare come conquista ciò che è, invece, una sopraffazione dei più deboli, di chi non parla, di chi non può ancora dire ad alta voce che vorrebbe avere un padre e una madre.

Nella loro nascita i nomi nascondono sempre la verità delle cose. Il matrimonio deriva da munus matris, ovvero «il dovere o compito della madre». Chi vuole chiamare «matrimonio» l’unione tra due persone dello stesso sesso dovrebbe spiegare perché non possa o non voglia chiamarlo con un nome diverso. Non basta cambiare il nome alle cose per cambiarne la natura. Un cane rimane sempre un cane anche se decidessimo di chiamarlo «gatto». Se due persone dello stesso sesso adotteranno un bimbo, lo priveranno della diversità di un papà e di una mamma. la coppia che cresce un figlio ha la sua ricchezza proprio nella diversità e, in un certo senso, complementarietà della figura dell’uomo e della donna, del padre e della madre. Così è sempre stato nella storia dell’umanità, da quando gli esseri umani si sono distinti dalle fiere, per dirla col Foscolo dei Sepolcri (si vada a leggere la cosiddetta parte vichiana del carme «Dal dì che nozze e tribunali ed are»).

La madre è accoglienza, è pazienza, è colei che ha tenuto nel grembo per nove mesi il figlio, lo ha aspettato vivendo la dimensione del sacrificio e dell’abnegazione. Il femminismo degli ultimi decenni non ha certo valorizzato la donna, ma ha voluta equipararla all’uomo destituendola in realtà di quelle virtù che l’uomo deve spesso imparare da chi ha fatto esperienza dell’ospitalità in modo fisico e direi viscerale. Questa comunione con il figlio per nove mesi rende il rapporto tra madre e figlio fortemente biologico, fisiologico, carnale. Il padre inizia a conoscere il figlio solo dopo averlo visto nascere.
Prima, nei nove mesi in cui il bimbo è nel ventre materno, è osservatore, non comunica con lui o poco, difficilmente prende pienamente coscienza della novità, poi diventa nel tempo autorità, legge, colui che pone le regole. Chiaramente ogni famiglia è a sé, in ogni nucleo padre e madre imparano a collaborare, a far crescere i figli, a comunicare loro le proprie esperienze e le proprie capacità. Qui, intendiamo, però, sottolineare che esiste una differenza di genere tra uomo e donna, una differenza ontologica e di storia tra papà e mamma.

Le conseguenze di questo processo di eliminazione della figura paterna sono sotto gli occhi di tutti: aggressività o cieca violenza, senso di sfiducia e di autostima, perdita dell’idea di autorità, incapacità di diventare papà e di creare una famiglia, assenza del senso del limite e del senso del sacrificio con conseguente inadeguatezza di fronte alle sconfitte e alle frustrazioni, atteggiamenti nevrotici o psicotici. Il giovane o l’adulto cerca di inibire o di sopire questa aggressività collettiva o individuale, non controllata e regolamentata, non soggetta al senso dell’autorità e della regola, attraverso assunzione di alcool o droghe (l’inibizione avviene qui attraverso la trasgressione), disinibizione dell’erotismo, forme di evasione come eccessivo uso di televisione e di videogiochi, infinite altre forme di intorpidimento dell’io.
La società in cui viviamo è, in maniera simbolica, una «grande madre» che stimola i bisogni degli individui al fine di soddisfarli sempre meglio con beni crescenti, sempre più sofisticati, che tratta i suoi componenti guardando le sue necessità biologiche e fisiologiche. L’individuo regredisce ad una situazione infantile, si sente debole, deprivato di forza e di creatività, svuotato di energia spirituale, concepito solo per avere e possedere. Il giovane, spesso, regredisce allo stadio di dipendenza dalla madre rimanendo in casa fino all’età adulta, lasciandosi cullare da agio e tranquillità domestica.

Al figlio si deve mostrare un modo realistico e ragionevole di rapportarsi con la realtà. Mostrare che non è onnipotente, che ci sono dei limiti da rispettare, dei paletti entro cui camminare è profondamente educativo, perché introduce alla realtà indicando, nel contempo, che c’è anche una via da seguire, un sentiero. Il bimbo coglie così un senso, una finalità, un significato positivo che, nel tempo, imparerà a verificare per sé. Invece, la pretesa violenta di incanalare il figlio in una strada o di progettarne il futuro non aiutano la sua crescita e la capacità di scelta.
Ci si deve allora guardare dal tranello di voler dirigere la vita del figlio. Bisogna imparare a guardare il figlio con quel distacco, che è il contrario dell’indifferenza e della distanza, ma che potremmo descrivere con un’immagine dello scrittore francese C. Peguy. Un figlio è nell’acqua di un fiume, ma non sa ancora nuotare. Il Padre (rappresenta Dio Padre) non vuole che lui anneghi, allora lo sostiene con le braccia, ogni tanto lo lascia perché vuole che lui impari a stare a galla, ma non può lasciarlo solo completamente perché berrebbe l’acqua. Peguy immagina che Dio dica: «Ho voglia, sono tentato di mettere loro la mano sotto la pancia/ Per sostenerli nella mia larga mano/ Come un padre che insegna a suo figlio a nuotare/ Nella corrente del fiume/ E che è diviso fra due sentimenti./ Perché se da un lato se lo sostiene sempre e lo sostiene troppo/ Il bambino si attaccherà e non imparerà mai a nuotare./ Ma anche se non lo sostiene al momento giusto/ Questo bambino berrà un sorso cattivo».

Come è bello vedere un figlio che acquista consapevolezza dei propri mezzi, nel contempo com’è drammatico lasciare la libertà a chi si vuole bene, coscienti che le scelte dell’altro potrebbero non essere indirizzate al suo bene! Eppure Dio ha deciso di scommettere totalmente sulla nostra libertà, perché senza di essa la nostra condizione non sarebbe dignitosa. Sostegno e libertà sono i due fattori su cui si gioca il rapporto tra genitori e figli. La verginità è quello sguardo capace di guardare l’altro senza pretese, senza desiderio di possederlo, ma con l’attenzione costante al Destino, al bene e alla felicità dell’altro.

Adozioni gay: ricerche condizionate dall’ideologia
I bambini allevati da due individui dello stesso sesso hanno le stesse opportunità dei bambini allevati in famiglie con un padre e una madre? Fino a poco tempo fa la risposta a questa domanda era “no”. Tuttavia politici, sociologi, media e anche associazioni mediche (1) oggi asseriscono che è giunto il momento di abolire il divieto per le coppie omosessuali di adottare bambini. Per convalidare la loro posizione i sostenitori delle adozioni gay citano i numerosi studi che avrebbero dimostrato l’assenza di differenze significative tra i bambini allevati da coppie omosessuali e quelli cresciuti in famiglie tradizionali.
La portavoce del governo spagnolo, Maria Teresa Fernandez de la Vega, dopo l’approvazione il 1 ottobre scorso (2004) di un progetto di legge che, se approvato dal Parlamento, farà della Spagna il terzo paese europeo dopo l’Olanda e il Belgio ad autorizzare il “matrimonio omosessuale”, ha dichiarato: «La Spagna si situa così all’avanguardia dell’Europa e del mondo nella lotta contro una discriminazione secolare che toccava i nostri concittadini». Sulla questione dell’adozione, la più polemica, la signora de la Vega ha affermato che «ci sono migliaia di bambini che in Spagna già vivono con un genitore omosessuale e più di cinquanta studi provano che non c’è differenza tra i bambini che crescono con genitori omosessuali e gli altri».

Ricerche a forte contenuto ideologico
Il problema è, tuttavia, che molti di questi studi non rispondono ad accettabili standard di ricerca psicologica, sono compromessi da difetti metodologici e sono sostenuti più da programmi politici che da un’obbiettiva ricerca della verità. La presenza di tali difetti metodologici invaliderebbe qualsiasi altra ricerca condotta in altre aree. L’indifferenza su tali mancanze da parte delle riviste scientifiche può essere attribuita alla volontà “politically correct” degli esperti di “dimostrare” che l’ambiente omosessuale non è differente dalla famiglia tradizionale.
Questa conclusione è riproposta anche dalla American Psychological Association nella cui dichiarazione ufficiale sulla genitorialità omosessuale ad opera dell’attivista lesbica Charlotte J. Patterson della University of Virginia si legge:
«In sintesi, non c’è alcuna prova che le lesbiche e i gay siano inadatti ad essere genitori o che lo sviluppo psicologico dei figli di omosessuali sia compromesso in qualche suo aspetto… Non esiste un solo studio che abbia rilevato che i figli di omosessuali sono svantaggiati in qualche aspetto significativo rispetto ai figli di genitori eterosessuali». 2

Problemi relativi alla ricerca sulla genitorialità omosessuale
Ad un esame più attento, tuttavia, questa conclusione non è così sicura come sembra. Nel paragrafo successivo Patterson fa delle precisazioni e scrive: «Bisogna riconoscere che la ricerca sui genitori omosessuali e i loro figli è ancora molto recente e relativamente scarsa…. Studi longitudinali che seguono famiglie di gay e lesbiche nel tempo sono assolutamente necessari».3 Inoltre Patterson riconosce che «la ricerca in questa area ha presentato varie controversie metodologiche» e che «sono state sollevate domande riguardo il campionamento, la validità statistica e altre questioni tecniche». (Belcastro, Gramlich, Nicholson, Price, & Wilson, 1993).
Aggiunge significativamente: «La ricerca in questa area è stata anche criticata per non aver usato gruppi di controllo in modelli che richiedono tali controlli….Un’altra critica è stata che la maggior parte degli studi hanno coinvolto pochi campioni e che ci sono state inadeguatezze nelle procedure di valutazione impiegate in alcuni studi». 4
Sebbene ammetta i gravi errori metodologici che metterebbero in discussione i risultati di qualsiasi altro studio, Patterson incredibilmente dichiara che «anche con tutte le domande e/o limitazioni che possono caratterizzare la ricerca in questa area, nessuna delle ricerche pubblicate suggerisce conclusioni differenti da quelle che abbiamo precedentemente esposto….» Ma qualsiasi conclusione è attendibile nella misura in cui lo è la prova su cui si fonda.

Numero insufficiente di campioni
Gli studi che esaminano gli effetti della genitorialità omosessuale sono inficiati da un numero insufficiente di campioni.
Non avendo trovato nessuna significativa differenza fra un gruppo di 9 bambini educati da lesbiche e un gruppo simile di bambini educati da genitori eterosessuali, S. L. Huggins ha ammesso: «Il significato e le implicazioni di questo risultato sono incerti, e il numero ridotto di campioni rende difficile qualsiasi interpretazioni di questi dati». 5
Una relazione di J. M. Bailey in Developmental Psychology, commentando gli studi sui figli di genitori omosessuali, indica che «gli studi disponibili non sono sufficientemente ampi da produrre valore statistico». 6
S. Golombok e F. Tasker ammettono nel loro studio successivo sui figli educati da lesbiche, «È possibile che il basso numero di campioni abbia portato ad una sottovalutazione del significato delle differenze fra i gruppi a causa di una bassa validità statistica (errore tipo II)» 7
Altrove essi avvisano che gli effetti negativi sui bambini educati da lesbiche «potrebbero non essere stati rilevati a causa del numero relativamente basso di campioni. Ne consegue che, sebbene siano state individuate delle tendenze, è necessario fare attenzione nell’interpretare questi risultati». 8
Nel suo studio pubblicato in Child Psychiatry and Human Development che mette a confronto i figli di madri omosessuali e eterosessuali, G. A. Javaid con franchezza ammette che «i numeri sono troppo bassi in questo studio per trarne delle conclusioni». 9

Nel suo studio sulle “famiglie” lesbiche, Patterson ammette la parzialità dei campioni: «dovrebbero essere riconosciuti alcuni problemi riguardo la scelta dei campioni. La maggior parte delle famiglie che hanno preso parte al Bay Area Families Study avevano a capo delle madri lesbiche bianche, ben istruite, relativamente benestanti e abitanti nell’area della baia di San Francisco. Per questi motivi non può essere fatta alcuna rivendicazione sulla rappresentatività del presente campione». 10

Appena la ricerca si fa approfondita, subito risaltano le differenze tra i due tipi di genitorialità
Al contrario, R. Green in Archives of Sexual Behavior, ha scoperto che i pochi studi sperimentali che includevano un numero di campioni anche solo modestamente più alto (13-30) di maschi e femmine educati da genitori omosessuali …«hanno rilevato differenze di sviluppo statisticamente significative fra bambini allevati da genitori omosessuali in confronto a quelli allevati da genitori eterosessuali Ad esempio, i bambini educati da omosessuali hanno un maggiore incoraggiamento dai genitori nello scambio dei ruoli di genere e una maggiore inclinazione al travestitismo». 11

La mancanza di campioni casuali
I ricercatori usano campioni a caso per garantire che i partecipanti allo studio siano rappresentativi della popolazione che viene studiata (ad esempio gay o lesbiche). I risultati che derivano da campioni non rappresentativi non possono essere legittimamente generalizzati.
L. Lott-Whitehead e C. T. Tully ammettono il punto debole del loro studio sulle madri lesbiche: «Questo studio era descrittivo e quindi aveva intrinseci limiti metodologici pari a quelli di altri studi simili. Forse il limite più serio riguarda la rappresentatività….. Il campionamento a caso era impossibile. Questo studio non pretende di portare un campione rappresentativo e quindi non si può ipotizzare una sua generalizzazione».12
N. L. Wyers riconosce di non aver usato il campionamento casuale nel suo studio sui partners omosessuali, rendendo il suo studio «vulnerabile a tutti i problemi associati ad una selezione a senso unico dei partecipanti».13
Golombok scrive del suo studio: «un ulteriore obiezione ai risultati risiede nella natura dei campioni studiati. Entrambi i gruppi erano volontari ottenuti attraverso associazioni e riviste gay. Ovviamente questi non costituiscono un campione a caso e non è possibile conoscere quali parzialità siano coinvolte nel metodo de selezione dei partecipanti». 14

La mancanza di anonimato dei partecipanti alla ricerca
Le procedure di ricerca che garantiscono l’assoluto anonimato sono necessarie per prevenire una fonte di parzialità riguardo chi acconsentirà a partecipare quale soggetto della ricerca e garantiscono la veridicità e la sincerità delle loro risposte:
M. B. Harris e P. H. Turner osservano sul Journal of Homosexuality: «La maggior parte dei genitori omosessuali che partecipano a tali ricerche si preoccupano della loro paternità/maternità e dei loro figli, e la maggior parte ha un’identità gay pubblica. È difficile identificare i genitori omosessuali “segreti” e i loro problemi possono esser piuttosto diversi da quelli dei genitori più apertamente gay».
Harris e Turner hanno impiegato tecniche superiori di ricerca per assicurare il completo anonimato dei loro soggetti. Come risultato, al contrario di altri studi, essi hanno riportato problemi associati alla genitorialità omosessuale che non erano stati riportati dagli studi precedenti: «Forse l’anonimato della presente procedura di campionamento ha reso i soggetti più disponibili a riconoscere quei problemi rispetto a quelli degli studi precedenti». 15

Falsa rappresentazione di sé
La mancanza di campionamento casuale e l’assenza di controlli che garantiscano l’anonimato fanno sì che i soggetti presentino al ricercatore un’immagine fuorviante che si conforma alle opinioni del soggetto e rimuove l’evidenza che non si conforma all’immagine che il soggetto desidera presentare.
Nel suo National Lesbian Family Study N. Gartrell ha scoperto che 18 studi su 19 riguardanti i genitori omosessuali usavano una procedura di ricerca che era contaminata da questa falsa rappresentazione di sé. Gartrell menziona i problemi metodologici di uno studio longitudinale sulle “famiglie” lesbiche: «Alcune possono essersi presentate volontariamente per questo progetto poiché erano motivate a dimostrare che le lesbiche sono capaci di crescere bambini sani e felici. Nella misura in cui questi soggetti potrebbero desiderare di presentare sé stessi e le loro famiglie nella miglior luce possibile, i risultati dello studio possono essere intaccati da tendenziosità». 16
Harris e Turner ammettono, riguardo al loro studio: «non c’è modo di conoscere quanto sia rappresentativo il campione… L’alta proporzione di soggetti gay che hanno manifestato la volontà di essere intervistati indica che forse erano interessati agli argomenti trattati nel questionario e che quindi erano desiderosi di rivelare la loro omosessualità ai ricercatori. Inoltre, anche se il questionario era anonimo, i genitori gay avrebbero potuto essere particolarmente interessati a enfatizzare gli aspetti positivi della loro relazione con i figli, immaginando che i risultati avrebbero potuto avere implicazioni in futuro sulle decisioni di custodia. Di conseguenza ogni generalizzazione deve essere considerata con prudenza… Poiché tutti i dati riferiti a voce dalle persone sono soggetti a parzialità e poiché i genitori possono deliberatamente o inconsciamente minimizzare la misura dei conflitti con i loro figli, questi risultati non possono essere presi per buoni». 17

L’inizio della storia di un uomo: un padre e una madre
Nei giorni scorsi mi è capitato fra le mani questo scritto pubblicato su una rivista pediatrica nel 2009, del mai dimenticato prof Franco Panizon uno dei padri della pediatria moderna, che descriveva i primi atti di vita di un bambino.
“Ecco, il neonato si è staccato dal seno. Ha fatto la sua prima poppata, neanche mezz’ora dopo esser nato, trascinandosi come un piccolo verme verso l’odore e il sapore del capezzolo materno. Ha riconosciuto la sua mamma, dalla voce, ma anche, certamente, da qualcosa d’altro; dal ritmo e dai toni del cuore, dalle caratteristiche speciali di quel ritmo e di quei toni; tac-to-toc, inconfondibili giacché li ha ascoltati, sempre quelli, sempre gli stessi, più forte e più piano, ma sempre quelli, per nove mesi;  forse l’ha riconosciuta anche dal gusto del colostro che magari ricorda vagamente il gusto del liquido amniotico che ha bevuto per tanto tempo; e gli è sembrato di riconoscere anche la voce del padre, che veniva da qualche parte lì vicino (il 70% dei neonati riconosce anche il padre dalla voce, già alla nascita). Certo, non sa neanche cosa siano il padre e la madre; non sa che sono persone; non sa neanche cosa voglia dire essere una persona; per ora sono solo due voci, un odore, un tac-totoc, sempre lo stesso, il calore accogliente della pelle, una vaga sensazione di umido, una luce che prima non c’era…….. Confronta insieme quello che sente, quello che vede e quello che tocca, e si fa un’immagine del mondo; ne disegna la mappa; e mette la mappa del mondo dentro di sé, e in quella mappa sistema se stesso e tutte le cose, buone e cattive, che incontra, ordinandole in una specie di scatola che chiameremo la scatola dello spazio/tempo……… Questo è l’inizio della conoscenza del mondo, l’inizio della storia di un uomo”.
Come dice lui l’inizio della storia di un uomo, l’inizio di un rapporto fra un neonato e la sua famiglia, sua madre, suo padre.
Tutto questo può sembrare ovvio, forse inutile da ricordare, per chi di figli ne ha ed ha vissuto più volte questa esperienza; oggi invece sembra che non sia più così, che i figli si possano fare in più modi, che le famiglie possano essere di più tipi, e che 130 anni di studi mai contraddetti di pedagogia, di psicologia dell’età evolutiva, di neuropsichiatria infantile e di pediatria, sul ruolo del padre e su quello della madre, oggi abbiano perso il loro valore, facendo intendere che anche due uomini o due donne, sono in grado di allevare efficacemente un bambino, o che possiamo creare in laboratorio fin dalla nascita, figli già orfani di padre o di madre.
Quanto di seguito scrivo non sono mie supposizioni o deduzioni (sono un semplice pediatra di famiglia, appassionato del suo lavoro, ed innamorato da 35 anni del “materiale umano” con cui vengo quotidianamente in contatto), ma frutto di studi di psicologi e neuropsichiatri dell’infanzia: Margaret Mahler, Abraham Maslow, John Bowlby, Claudio Risè, Melania Klein, Merleau Ponty ed altri amici da cui ho preso spunto.
Partiamo dall’inizio della vita, subito dopo il concepimento, inizia l’attaccamento madre-feto, che è stimolato e favorito dai buoni rapporti interpersonali che la mamma in attesa ha con il padre del bambino, con la famiglia di origine, con la propria madre.
Questo rapporto fra mamma e bambino durante i 9 mesi di gestazione, avrà delle importanti ripercussioni anche sull’attaccamento che avviene dopo la nascita, ed avrà ripercussioni sullo sviluppo psicologico e affettivo per tutta l’età evolutiva, ma anche oltre.
Scrive la psicologa Silvia Vegetti Finzi, “la donna tende ad immaginare il bambino ancora come parte di se stessa, all’interno del suo corpo e della sua mente. Lo nutre di fantasie mutevoli, in gran parte inconsce, che si riallacciano alla sua stessa infanzia e ai suoi sogni di bambina, quando fantasticava un figlio per sé giocando alle bambole […] E se lo immagina già nato, un bambino ancora molto piccolo, da tenere racchiuso fra le braccia, da nutrire, coprire, riscaldare, coccolare. Mentre l’uomo immagina di solito un bambino reale, già nato e magari un po’ cresciuto, un trottolino con le scarpine ai piedi, pronto a seguirlo nelle sue attività. Pensa di giocare con lui, di tenerlo vicino mentre si dedica al bricolage […]. Oppure di portarlo con sé allo stadio, in montagna, in barca, a pescare lungo un fiume […]. Prima ancora che nasca, proietta già il figlio in una realtà futura, dai contorni precisi, come i comportamenti e le azioni che lo legheranno al bambino. E’ quindi un modo già molto attivo, concreto di immaginare il figlio e la relazione con lui, basato sul fare insieme” (Vegetti Finzi S., Battistin A.M., A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni, Mondadori Editore, 1997).
Comprendiamo così quanto la vita intelligente di ognuno di noi, comprese le capacità sensoriali, abbia trovato le sue origini già nel periodo in cui nostra madre ci ha tenuto per 9 mesi in grembo, aiutata e sostenuta da nostro padre.
Con la nascita inizia il vero e proprio processo maturativo del bambino attraverso la strutturazione progressiva delle due caratteristiche fondamentali della personalità: la conoscenza di sé e la costruzione del senso d’identità: il processo di individuazione e separazione.
Questa “conoscenza del sé” fa parte di quelli che Maslow (psicologo americano) definisce “bisogni primari”, che sono strettamente connessi al benessere del bimbo: per “sentirsi bene” il bambino non ha bisogno solo di nutrirsi, di dormire, di essere protetto, amato ed aiutato, ma ha necessità di “conoscersi” a 360°, e proprio qui fonda tutta la sua importanza il dato della “differenza sessuale” dei genitori, attraverso la quale il bimbo impara e costruisce la propria identità sessuale.
Questo cammino è determinato essenzialmente dalla sua relazione con la mamma, con cui il bambino stabilisce un rapporto di simbiosi che dura fino al terzo anno di vita.
In questa fase ha un’importanza fondamentale il rapporto con il corpo della mamma, che il bambino esplora con le mani e con la bocca.
Il padre rimane esterno a questa simbiosi non tanto come interesse affettivo, quanto come posizione fisica del corpo (il piccolo sta meno in braccio al padre, se piange è più facilmente consolato dalla madre) facendo si che il bimbo col tempo si distacchi dalla madre, si separi da lei,  inizi i suoi primi passi verso il mondo, verso la vita, verso la propria identità.
Attraverso la simbiosi con la mamma e il contatto con il suo corpo, trova la fiducia dopodiché affidandosi al padre trova sé stesso.
“Serve un padre per differenziarsi dalla madre, per accettare le ferite e riconoscere il senso ed esprimere il proprio Sé, entrando così personalmente nel tempo e nella storia”. Così scrive Claudio Risé in Il padre. Libertà dono.
La madre è più disponibile e accogliente, capace di rispondere in modo partecipato e interessato, dimostrando tenerezza fisica, ascolto, interesse, consolazione, e pazienza.
La funzione materna (spesso supportata da altre figure femminili, come la nonna), con la sua gratuità, ha un ruolo fondamentale nel determinare quella sicurezza interiore che accompagnerà il bambino per tutta la vita.
Il padre, dal canto suo, è meno centrato sul bambino (parla meno, fa meno richieste, accomoda meno il proprio linguaggio in termini di tono e lessico), interagisce in modo più imprevedibile e fisicamente più stimolante.
Quanto più gioca, incoraggia l’esplorazione, è di supporto ma stimola l’impegno. Ciò aiuta lo sviluppo dell’indipendenza, di un orientamento positivo verso il mondo esterno, di una gestione equilibrata dell’aggressività.
Trasmette il messaggio che la vita non è solo conferma e rassicurazione, ma anche conquista dolorosa e faticosa di gioie più profonde.
Secondo studi scientifici, l’assenza del padre durante i periodi di crescita critici, porta al deterioramento delle abilità sociali e comportamentali ed aumenta il rischio di sintomi depressivi in adolescenza, soprattutto per le ragazze.
Inoltre i bambini con padri presenti e stimolanti hanno in futuro meno problemi con la Legge e una vita morale più equilibrata.
È quindi fuori dubbio che le prime relazioni che riguardano la sfera affettiva, ma anche il comportamento e l’apprendimento, avvengano all’interno della famiglia, prioritariamente con la madre e progressivamente con il padre.
Anche l’acquisizione della sua identità sessuale si afferma, non in astratto, ma attraverso un “rispecchiamento” con i propri genitori, con una “messa in situazione” dei ruoli e delle funzioni che impegna tanto la psiche quanto il corpo dei suoi attori.
Quindi è soprattutto nella relazione con il padre e la madre che tutto questo si attua e matura.
Il genitore dello stesso sesso deve essere fisicamente e emotivamente presente nella vita del bambino valorizzandone tutti gli aspetti  belli e tipici anche del proprio sesso in concomitanza all’apprezzamento degli aspetti belli e tipici anche dell’altro sesso.
L’equilibrio non si trova nell’esaltazione di un sesso rispetto all’altro, nell’umiliazione di un sesso rispetto all’altro, ma nemmeno nell’appiattimento dei due sessi,  affermando che non esistono  differenze biologiche, strutturali e psicologiche fra l’uomo e la donna, o che queste siano secondarie rispetto al dato culturale (come oggi una certa cultura femminista radicale e del gender va affermando).
Pertanto non è irrilevante che esso sia maschile o femminile e che il figlio di una coppia dello stesso sesso, non possa confrontarsi, nella definizione di sé, con il problema della differenza sessuale.
Ricordiamo che la bellezza sta proprio nella differenza uomo-donna ma anche nella sua complementarietà (che non è solo anatomica)
Se nel momento in cui il piccolo esplora la sfera sessuale, lo priviamo di una delle sue figure di riferimento o, peggio, gli creiamo condizioni di ambiguità, può instaurarsi in lui un processo di regressione psicologica.
Ciò interferisce negativamente nello sviluppo pieno della propria personalità, e di una chiara identità sessuale.
Non evidenziare la differenza maschile – femminile genera un processo opposto: indebolisce e rende più fragile l’ identità del giovane, crea insicurezza, incertezza e disorientamento.
Tutto questo non vuol dire dare un giudizio nei confronti delle persone con orientamento omosessuale o lesbico o discriminarli, ma vuol dire, prima di tutto, tutelare dei minori, che si affidano al mondo degli adulti per vedere garantiti i loro diritti.
Concludo con le parole del prof Guido Crocetti (professore di Psicologia clinica presso “La Sapienza” di Roma e direttore del Centro italiano di Psicoterapia psicoanalitica per l’Infanzia e l’Adolescenza). “i bambini sopravvivono sempre, anche alle guerre, alle carestie, agli abusi e alle violenze, ma questo – appunto – è sopravvivere, non vivere nel pieno dei loro diritti”.
Il fenomeno della “resilienza”, termine preso in prestito dalla metallurgia per indicare la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione, e studiato nei ninos de strada delle favelas delle megalopoli, non dovrebbe essere un alibi per permettere e legalizzare una “fabbrica di orfani”.

Note
1 American Academy of Pediatrics, “Co parent or Second-Parent Adoption by Same-Sex Parents,” Pediatrics. 109(2002): 339-340.
2 Charlotte J. Patterson, “Lesbian and Gay Parenting,” American Psychological Association Public Interest Directorate (1995): 8.
3 Ibid.
4 Ibid., p. 2.
5 S. L. Huggins, “A Comparative Study of Self-esteem of Adolescent Children of Divorced Lesbian Mothers and Divorced Heterosexual Mothers,” Journal of Homosexuality 18 (1989): 134.
6 J. M. Bailey et al., “Sexual Orientation of Adult Sons of Gay Fathers,” Developmental Psychology 31 (1995): 124.
7 Susan Golombok and Fiona L. Tasker, “Do Parents Influence the Sexual Orientation of Their Children? Findings from a Longitudinal Study of Lesbian Families,” Developmental Psychology 32 (1996): 9.
8 F. Tasker and S. Golombok, “Adults Raised as Children in Lesbian Families,” Developmental Psychology 31 (1995): 213.
9 Ghazala A. Javaid, “The Children of Homosexual and Heterosexual Single Mothers,” Child Psychiatry and Human Development 23 (1993): 245.
10 Charlotte J. Patterson, “Families of the Lesbian Baby Boom: Parent’s Division of Labor and Children’s Adjustment,” Development Psychology 31 (1995): 122.
11 Richard Green et al., “Lesbian Mothers and Their Children: A Comparison with Solo Parent Heterosexual Mothers and Their Children,” Archives of Sexual Behavior 15 (1986): 167–184.
12 Laura Lott-Whitehead and Carol T. Tully, “The Family Lives of Lesbian Mothers,” Smith College Studies in Social Work 63 (1993): 265.
13 Wyers, “Homosexuality in the Family,” p. 144.
14 Golombok et al., “Children in Lesbian and Single-parent Households: Psychosexual and Psychiatric Appraisal,” Journal of Child Psychology and Psychiatry 24 (1983): 569.
15 Mary B. Harris and Pauline H. Turner, “Gay and Lesbian Parents,” Journal of Homosexuality 12 (1985): p. 112.
16 Nanette Gartrell et al., “The National Lesbian Family Study: Interviews with Prospective Mothers,” American Journal of Orthopsychiatry 66 (1996): 279.
17 Harris and Turner, “Gay and Lesbian Parents,” p. 111, 112. Via: vittoriocigoli, luigimartino, tempi, rosarosnati, raffaellaiafrate, massimogandolfini, robertomarchesini, nuovabussolaquotidiana, documentazione, giovannibonini


1 Commento

  1. Foto del profilo di Laura Rossi

    Le coppie omosessuali avranno sempre bisogno della eterosessualità per soddisfare i propri bisogni di paternità e maternità, e già questo dovrebbe fra riflettere sulla propagandata uguaglianza delle coppie. L’articolo è molto bello e complimenti a chi ancora non si è piegato alla pseudo scienza gossippara del mainstream gender-friendly. Tra poco incrimineranno anche i comitati organizzatori delle olimpiadi, talmente ancien regime da prevedere ancora gare “maschili” e “femminili”. Magari a Rio 2016 si correranno i 110 ostacoli trans, oppure rivedremo una Kratoschvilova gareggiare tra i maschietti. Il mondo è bello perché è vario, diceva il beduino in mezzo al deserto.

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