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Immigrazione cinese in Italia

Ripercorriamo la storia dell’immigrazione cinese in Italia con un’intervista a Claudio Bianchi, autore di alcuni testi dedicati al tema come “Il drago e il biscione. Cent’anni di convivenza: i cinesi a Milano” e “Continente cina“.
“Il nome del primo cinese che arrivò a Milano non lo sa nessuno. La signora Maria Guastoni raccontava al nipote Gianni Berardinello, panettiere oggi sulla settantina, d’averlo conosciuto nel 1905 e che abitava al numero 32 di via Canonica. Era fuggito dal suo Paese in seguito alla rivolta dei boxer, rievocata nel film 55 giorni a Pechino. Degli ambulanti che strillavano «tle clavatte, una lila» ha un preciso ricordo Sergio Gobbi, 82 anni, poeta dialettale che in una lirica celebra il rione della sua infanzia, il Borgo degli ortolani, detto anche Borg di scigolat, delle cipolle, una zona un tempo così ricca di rogge da diventare il verziere dei milanesi, mentre oggi «l’è quella d’i cines a faà de padrona». Vi si legge che «Wang Sang prim cinese el derva bottega», apre bottega. Per il primo ristorante con involtini primavera e nuvole di drago nel menù bisognerà attendere fino al 1962: si chiamava La Pagoda e lo inaugurò Sang Fyi Ming in piazza San Gioachimo.
La storia dei cinesi a Milano coincide con la storia dei cinesi in Italia, perché fu nella metropoli lombarda che un secolo fa approdarono i primi 40 immigrati, tutti maschi e tutti provenienti dallo Zhejiang, provincia a sud di Shanghai che ha per capoluogo Hangzhou, descritta da Marco Polo come «la più nobile città del mondo e la migliore». Alcuni sostengono che fosse il 1920, altri il 1924. Solo in un secondo momento gli immigrati orientali s’insediarono a Bologna, Firenze e Roma.
Al 31 dicembre 2012 a Milano i cinesi erano 19.315, in aumento di 400 unità rispetto all’anno precedente. È come se un intero paese delle dimensioni di Agrate Brianza, anzi un 30% più popoloso, avesse traslocato a ridosso del parco Sempione, in una ventina di strade intersecate dalle vie Sarpi, Canonica, Bramante e Messina. In questa comunità si muove come un topo nel formaggio Claudio Bianchi, pensionato di 74 anni che, per autorità morale, sta alla pari con Liang Hui, la console generale della Repubblica popolare.
Da un decennio, cioè da quando ha lasciato l’incarico di direttore commerciale per l’Italia dell’azienda americana Kellogg’s, produttrice dei Corn flakes e delle Pringles, Bianchi insegna l’italiano ai cinesi di Milano. Lo fa da volontario di una Onlus intitolata a Giulio Aleni, gesuita bresciano che sbarcò a Macao nel 1610. Giocando sul suo cognome, gli allievi l’hanno ribattezzato Bai ma wang zi, che significa Cavallo bianco, ma anche Principe azzurro. Da quest’esperienza ha tratto un libro di 282 pagine, Il Drago e il Biscione. Cent’anni di convivenza: i cinesi a Milano (Ibis).
Milanese di vecchio ceppo (il padre Raimondo era contitolare del saponificio Bianchi & Franchetti), sposato e già nonno, al docente basta uscire di casa e attraversare corso Sempione per entrare nella Chinatown meneghina. S’è avvicinato alla comunità asiatica usando la politica del ping-pong adottata negli anni Settanta dal presidente americano Richard Nixon per ristabilire le relazioni diplomatiche con Mao Tse-tung: «Ancor oggi sono un patito di questo gioco. Niente dà più soddisfazione che sfidare i cinesi, i più forti al mondo nel tennis da tavolo».

E sui banchi di scuola come se la cavano?
«Benissimo. Io insegno ogni mercoledì, da settembre a giugno, dalle 18 alle 20, ma loro, benché reduci da giornate di duro lavoro, restano in aula fino alle 22. Non conoscere neppure una parola di italiano li frustra molto».

Che cosa l’ha attratta dei cinesi?
«La forza di volontà. Li vedo determinati, granitici. Noi, al confronto, siamo pastefrolle».

Finiranno per sottometterci.
«Non credo. In Italia se ne contano 210.000 e stanno cominciando i rientri: 23.000 hanno già fatto ritorno in Cina».

A giudicare da quello che si vede in via Paolo Sarpi e dintorni non sembrerebbe.
«Anche calcolando un 30% di irregolari, la Chinatown di Milano non è affatto tale, visto che l’84% dei residenti è formato da italiani, solo il 14% da cinesi e il 2% da altre etnie. Comunque chi abita lì non può lamentarsi: le case di ringhiera ristrutturate, che prima si vendevano a 3.000 euro il metro quadro, oggi valgono il doppio. Tant’è che i cinesi sono costretti a traslocare in viale Monza, via Padova, in zona Loreto, al Casoretto, dove gli affitti sono più bassi».

Qual è il cognome più diffuso?
«Hu, scritto anche Ou. Seguono Chen, Zhou, Wang, Wu, Lin, Zhang, Liu, Zhao. Il cognome Hu è il secondo, quanto a diffusione, fra i milanesi, con 3.694 presenze, dopo Rossi, con 4.379. Seguono Colombo, 3.685, e Ferrari, 3.568. Noi Bianchi, 2.784, resistiamo al quinto posto. Non posso lamentarmi».

Chi è il cinese più in vista di Milano?
«Probabilmente Angelo Ou, nato in Italia, un imprenditore nel ramo delle intermediazioni legato al comparto tessile di Prato, figlio di uno dei primi 40 immigrati giunti negli anni Venti».

Perché provenivano tutti dallo Zhejiang?
«Nel 1917 fu sottoscritto un accordo fra i governi di Parigi e di Pechino, che portò 100.000 lavoratori cinesi in Francia a scavare trincee e a sostituire nelle fabbriche i giovani francesi arruolati per la Grande guerra. A conflitto ultimato, non tutti tornarono in patria. Probabilmente questi 40 parlavano lo stesso idioma, quello della provincia dello Zhejiang, e quindi gli venne facile accordarsi per trasferirsi a Milano, sottraendosi così alla concorrenza delle altre comunità di connazionali che s’erano insediate a Parigi. Va ricordato che fu Mao a dare ai cinesi una lingua nazionale: in precedenza parlavano una miriade di dialetti. I 40 sposarono altrettante donne italiane».

Ma come fanno a comprarsi quasi tutti i bar, da Milano a Venezia?
«C’è chi pensa che riciclino i capitali della Triade, la loro mafia, spesso indicata anche come la Mano nera, in cinese hei she hui. In realtà c’entra la famiglia allargata, che per loro è fondamentale. Se arrivano in Italia con un amico, costui diventa zio a tutti gli effetti. Hanno un grande senso della solidarietà e dell’onore, fra parenti si aiutano molto. Saldano i debiti col lavoro e non tirano a fregarsi».

Sì, ma perché proprio i bar?
«È un’attività nuova, per loro, e anche la più semplice da gestire: un caffè lo sa fare chiunque. Su 100 cinesi, 27 sono imprenditori in proprio: negozi, ristoranti, barbieri, pedicure, massaggi. Ora cominciano con le sale gioco. Amano le scommesse, si rovinano puntando ingenti somme di denaro».

Pagano i bar in contanti.
«Sì, la conosco anch’io la storiella del cinese che spalanca la valigetta con dentro mezzo milione di euro in banconote per rilevare la licenza, ma è solo una leggenda metropolitana che va ad aggiungersi a molte altre».

Per esempio?
«“I cinesi non pagano le tasse nei primi cinque anni di attività”. Falso. Francesco Wu, presidente dell’Unione imprenditori Italia-Cina, ha smentito questa bufala delle presunte agevolazioni riservate ai cinesi dal fisco italiano. Ma la più cretina in circolazione è quella secondo cui il governo di Pechino offrirebbe 200.000 euro a fondo perduto a ciascun cinese che espatria. Ma, dico, vi siete fatti due conti? La Cina ha un miliardo e 336 milioni di abitanti».

Non muoiono mai. Anche questa è una leggenda metropolitana?
«E come fanno a morire? Oltre un quarto di loro, il 27,2% per l’esattezza, sono minorenni. L’età media dei cinesi di Milano è 29 anni, quella dei milanesi 41. Su 80.000 ultraottantenni che abitano nel capoluogo lombardo, non si annovera un solo cinese. Comunque nei tre cimiteri di Milano ho visto con i miei occhi almeno una trentina di tombe, soprattutto con i cognomi Hu e Ou. Hu He Ping, in italiano Alessia, mi ha confermato che i suoi bisnonni, arrivati a Milano nel 1950, riposano da anni al Monumentale».

È un fatto che non si leggono necrologi di cinesi e neppure si vedono avvisi funebri per strada.
«Essendo atei o agnostici, non celebrano riti. Il loro funerale contempla solo la visita alla salma da parte dei parenti. Nel testamento chiedono di ritornare in Cina, dov’era consentita la sepoltura in una tomba scavata nella collina più vicina a casa. Ora il governo l’ha proibito, per cui molti resteranno per sempre a Milano».

Pressoché inesistenti anche i ricoveri di cinesi negli ospedali e i parti nelle cliniche ostetriche.
«Mia moglie ha accompagnato al Sacco una signora cinese con minaccia d’aborto non più tardi di due settimane fa. E lì la gestante ha trovato una coppia di connazionali che vagavano disperati nei corridoi perché, non capendo un’acca di italiano, non sapevano a chi chiedere aiuto. Bisogna anche tener conto che la loro medicina cura il corpo dall’esterno, non dall’interno. Se un cinese ha mal di stomaco, non si sottoporrà mai a gastroscopia, ma cercherà di farsi visitare da un medico che sappia interpretare i segni della pelle, degli occhi, della lingua».

Pare che abbiano i loro ospedali clandestini, fatti in casa, dove viene prestato ogni genere d’intervento: dalle cure odontoiatriche alle interruzioni di gravidanza.
«Sicuramente sarà accaduto in passato. Bastava che gli immigrati poveri degli anni Ottanta leggessero su una targhetta pinyin, dentista, ed entravano a farsi curare i denti dal primo venuto. Ma adesso dispongono di medici laureati sia in Cina sia in Italia, come il dottor Zheng Yuanrang, con studio in zona Loreto, al quale possono rivolgersi».

Un primario mi ha raccontato che da una radiografia eseguita su un cinese, ricoverato per incidente al pronto soccorso, risultava che il ferito fosse privo di organi. L’hanno ripetuta facendogli togliere la canottiera e gli organi sono comparsi come per incanto. Poi s’è scoperto che la biancheria era fatta con fibre d’amianto o qualcosa del genere.
«Questa è troppo bella. La devo raccontare ai miei allievi».

Come si trovano gli italiani che vivono nella Chinatown milanese?
«In genere bene, anche se l’associazione Vivisarpi sostiene che dal 1999 in poi l’attività commerciale all’ingrosso dei cinesi ha fatto sprofondare il quartiere in uno stato di totale degrado».

Gli si può dare torto?
«Guardi che sono milanese anch’io, quindi capisco l’obiezione nostalgica: “Ah, cume l’era bela la me Milan!”. L’era bela, sì, ma la torna pù indrè. Devo fare due chilometri a piedi per comprare il pane fresco. Pensa che i fornai abbiano chiuso per colpa dei cinesi? Nossignore. Quando fui assunto alla Kellogg’s, la grande distribuzione rappresentava il 20% del mercato; quando me andai, nel 1996, era arrivata al 65%. Che colpa ne hanno i cinesi?».

Però se multi un loro commerciante, scatenano una rivolta, come avvenne nell’aprile 2007 in via Sarpi: 300 immigrati per strada, due ore di guerriglia urbana, auto distrutte, 14 vigili all’ospedale.
«Fu l’unica volta. Il Comune cercava di allontanare il commercio all’ingrosso per alleggerire il traffico cittadino. Da allora si sono organizzati».

Come?
«Invece dei furgoni, per il carico e lo scarico delle merci usano le bici con enormi portapacchi».

Ma i cinesi sono ancora maoisti?
«Nooo! I giovani non sanno neppure chi fosse Mao. I più vecchi lo ricordano come un padre della patria, l’uomo che dal feudalesimo li ha traghettati verso l’indipendenza».

Ci sarà ben qualcosa che non le piace dei cinesi.
«Sono troppo chiusi e circospetti, formano un gruppo a se stante. Del resto un loro proverbio recita: “Avanza tastando le pietre”. Però sono come l’acqua: si adattano al recipiente che li contiene. E hanno uno spiccato senso dell’umorismo».

Ai milanesi che si sentono assediati dai cinesi, che cosa risponde?
«Che Milano si scrive in cinese con due ideogrammi: uno rappresenta il riso, il loro alimento più importante, l’altro l’orchidea, il fiore più bello. E se non dovesse bastare, rispondo con una frase che si legge allo scalo di Genova: “La ricchezza non proviene da coloro che da questo porto partono, ma da coloro che in questo porto arrivano”»”. Via: ilgiornale


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