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Il degrado della letteratura di consumo

La saga di «Cinquanta sfumature…», con i suoi seguiti, ha fatto da apripista ad una serie di romanzi dai contenuti alquanto discutibili, che cercano di insaporire una trama harmony con contenuti sessuali più o meno spinti. Il canovaccio di queste opere è sempre lo stesso: una studentessa che sembra il ritratto di Maria Goretti si innamora del bello e dannato di turno, che la trascina in un inferno di perdizione, per poi venirne apparentemente redento. Molto originale, vero? Ovviamente, il piatto è servito con contorno di sessismo (queste protagoniste giudicano le altre ragazze come donne di facili costumi, solo perché hanno la minigonna), temi seri trattati male, doppio standard (la protagonista, se fa qualcosa di sconcio, non viene ripresa, mentre le altre sì), violenza insensata da parte dei maschi (usata solo per fare sgrillettare le lettrici, che poi, dall’alto di un immaginario scranno di perfezione, censurano qualsiasi comportamento un po’ più libero delle ragazze), battute trite e ritrite e falle di trama ampie quanto la fossa delle Marianne. Quest’ultimo aspetto è veramente uno dei più odiosi e mostra la caduta vertiginosa di quella che, in tempi diversi, si sarebbe chiamata cultura popolare. Tutti i libri contengono sfondoni e incoerenze, ma, in questi romanzi, essi sono assurti a sistema. Diventano quasi uno status symbol, di cui andare fieri. Un esempio è questo, tratto dal romanzo «Paper Princess»: la protagonista diciassettenne, che ha perso la madre, per vivere fa la spogliarellista e si serve della carta d’identità di quest’ultima e fa credere a chiunque di avere trentaquattro anni. Questa è una voragine di trama gigantesca, causata dalla trascuratezza delle due scrittrici: Ella, la protagonista, viene descritta come una bella ragazza e, con questa premessa, non è credibile che, a diciassette anni, ne dimostri trentaquattro. Ci sono ragazze, pur belle, che sembrano più adulte rispetto alla loro età effettiva, ma gli anni di differenza sono quattro, al massimo sei. Se una diciassettenne mostrasse davvero trentaquattro anni ci sarebbe da preoccuparsi un minimo per il suo stato di salute. Eppure, nessuno si accorge della discordanza, fino a quando non arriva il casus belli di turno. Ma nell’universo delle due autrici sono tutti imbecilli sotto dosi continue di Xanax? Un altro esempio è questo, tratto dal romanzo «Raccontami di un giorno perfetto» di Jennifer Nieven: il protagonista decide di suicidarsi (cosa che poi farà) e la madre dice alla di lui ragazza, Violet: «Ti prego, riportamelo a casa.» Ma il senso di tutto questo dove è? Ora, lasciamo stare che questa donna, per metà libro e oltre, si è rivelata una mentecatta (con rispetto parlando per chi ha questi gravi problemi), ma che razza di madre è? Il lettore dovrebbe provare empatia per una donna simile che, anche in una tale tragedia, lascia fare tutto agli altri? Una madre un minimo intelligente avrebbe preso la macchina e, visto che la ragazza aveva compreso il destino di Finch, se la sarebbe portata e, con lei, e avrebbe cercato il figlio in capo al mondo. Magari non sarebbe riuscita a trovarlo e il ragazzo sarebbe riuscito a togliersi la vita, ma un minimo ci avrebbe provato. No, niente. E, nei piani dell’autrice, questa dovrebbe essere una scena ad alto tasso di pathos? Qui, signori, non c’è un minimo di credibilità, anche in un contesto di esaltazione dell’eroismo e del coraggio. Non è il caso di continuare con gli esempi, perché sono davvero infiniti e tediosi. Questa proliferazione di libri sciatti, scritti senza alcuna cura, dediti solo al più becero fanservice, mostra la totale scomparsa di quella che si potrebbe definire letteratura di mezzo, ossia quell’insieme di romanzi che, pur non essendo capolavori, sono scritti con una certa capacità e meritano il loro successo. Tra questi scrittori si possono annoverare Christian Jacq, Erich Van Lustbader, Valerio Massimo Manfredi, Stephen King, Ken Follett, Luis Sepulveda, Jules Quicher (in realtà autore italianissimo). Anche nel genere romance c’erano autrici che sapevano e sanno scrivere, come Virginia Henley, Kathleen E. Woodwiss, Bertrice Small, Celia Brayfield. Certo, propugnavano un ideale maschile alquanto discutibile, ma cercavano di informarsi su cosa scrivevano. Virginia Henley, per esempio, nella prefazione di «Schiava» ringrazia una persona di averle fornito «tanti meravigliosi testi di ricerca» e Jennifer Blake, autrice del romanzo «Paradiso Selvaggio» ci fornisce nella postfazione l’itinerario da lei seguito per ricostruire il periodo storico da lei scelto, ossia la rivolta degli indiani Natchez in Luisiana. Questa letteratura, se si escludono autori vecchi e qualche giovane esordiente fortunato, sta scomparendo, sommersa da una marea di romanzi sciatti, privi di una qualsiasi trama e pieni di pretenziosità. E questi romanzi hanno un successo enorme e immeritato, in quanto anche chi ama generi come il romance ha il diritto di leggere qualcosa che non sia un delirio continuo in un mare di radioattività. Il genere popolare non da’ il diritto all’autore di scrivere qualsiasi idiozia e di sperare nella sospensione dell’incredulità, che è una compagna di ogni lettore, ma, oltre un certo limite di incoerenze, non si innesca. O meglio, non si dovrebbe innescare. Questi romanzi, infatti, hanno un successo strepitoso, alimentato dall’effetto gregge, potenziato dalla rete Internet, che porta alla creazione di film e all’alimentazione di un circolo vizioso per il cervello degli utenti e virtuoso per le tasche degli autori e dei produttori. Giangiacomo Feltrinelli diceva che la qualità di un popolo si misura da quello che leggono le classi basse, ossia dalla sua cultura popolare e il successo di questi libri mostra una caduta della capacità critica dell’umanità media. Fino agli anni novanta e ai primi anni duemila, questi elaborati sarebbero stati cestinati, in quanto pieni di buchi di trama e di spudorato fanservice, privo di un qualsiasi senso logico. Questo mostra una cosa: la rete è un mezzo potente, ma i ragazzi vanno guidati per un suo uso critico e intelligente. Altrimenti, si trasformano in una massa di pecore belanti e prive di cervello, pronte a tutto per seguire il branco.


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