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Cuore: alcune riflessioni

“Cuore” è un libro per ragazzi scritto da Edmondo De Amicis, pubblicato nel 1886 che è stato letto quasi come un classico nelle scuole elementari di Italia fino a generazioni recenti.
Chi non si ricorda le sue figure, che vanno dalla triste figura del maestro Perboni a quella cattiva e cinica di Franti?
“Cuore”, indubbiamente, è un libro che ha fatto storia nelle scuole e che ha anche contribuito a formare un paradigma culturale di egualitarismo teorico e vere disuguaglianze.
Dove lo si può notare questo?
Il maestro Perboni, pur essendo piuttosto fermo nel rimproverare l’alterigia di Nobis verso il ragazzo calabrese, comunque si rivolge all’aristocratico ragazzino con una deferenza, sottolineata dal “voi”, che verso molti ragazzi più poveri non ha.
Un’altra disuguaglianza reale (nonostante l’esaltazione della scuola come una sorta di “livella sociale”) si può notare in quello che dice il padre di Enrico al figlio che teme di non vedere i suoi amici (principalmente il grosso Garrone, a cui il piccolo narratore del diario è affezionato): “perchè, Enrico, mai più? Finita la quarta tu andrai al Ginnasio ed essi faranno gli operai…”
Ora, perché Garrone, che pure viene detto che “sa bene l’aritmetica” deve fare l’operaio, mentre Enrico ha le carte in regola per accedere ai più alti gradi dell’istruzione (nonostante si veda benissimo che lo studio per lui è più un dovere che un piacere)?
Semplice. Perché Garrone è figlio di un fuochista, mentre Enrico è figlio di benestanti.
Nonostante l’esaltazione quindi della scuola come una sorta di “ascensore per il riscatto” e di “livella sociale” si vede che le disugualianze permangono e questo “condanna” (in senso simbolico, perché la scrivente è convinta che ogni lavoro sia onesto) Garrone e gli studenti come Precossi e Coretti alla ripetizione del mestiere dei padri, senza alcuna possibilità di riscatto e di emancipazione sociale.
Tutte queste disuguaglianze erano date storicamente da diversi fattori: l’assoluta disarmonia, nei primi tempi dell’unità d’Italia, delle condizioni economiche e sociali delle varie regioni (regioni come il Piemonte erano relativamente avanzate, mentre le campagne meridionali erano oppresse da problemi come l’analfabetismo), le strutture fatiscenti, la poca valorizzazione della figura dei maestri (stipendiati miseramente e non è che da allora le cose siano cambiate) e il costo proibitivo (anche esso rimasto relativamente identico) dell’istruzione di livello superiore.
E, nonostante de Amicis cerchi di mascherarle con un paternalismo alle volte stucchevole e un apparente rispetto delle classi superiori verso quelle inferiori (come si nota nella osservazione del padre di Enrico, che invita il figlio a non definire “sporco” il padre del muratorino) questo senso della disuguaglianza, che impedisce una veria emancipazione delle classi inferiori, resta.
Tuttavia, la scrivente non vuole distruggere tutto il libro, perché ritiene che alcuni personaggi possano portare un messaggio positivo.
Un esempio di personaggio positivo anche per la nostra epoca (perché de Amicis ha scritto un libro troppo vecchio come messaggio) è quello di Stardi, lo studente definito “duro di comprendonio” dal suo stesso padre, che purtuttavia riesce a essere secondo della classe, dopo l’odioso Ernesto-lecchino-de Rossi (qui si nota la assoluta antipatia verso un personaggio che è sostanzialmente supino all’ideologia dominante. Ed è pure presentato dall’autore come un esempio di bontà!).
Stardi rappresenta quello studente che non si vuole arrendere ai suoi problemi (come accade oggi in molte scuole, dove una generale svogliatezza è vista SEMPRE come una manifestazione di disagio) e che, grazie alla sua determinazione, riesce a ottenere quello che vuole, almeno nell’ambito scolastico (come si vede quando fanno ginnastica, dove Enrico dice:”Stardi sbuffava, diventava rosso come un tacchino, stringeva i denti che pareva un cane arrabbiato, ma anche a costo di scoppiare ci sarebbe arrivato lassù.”)
Un altro personaggio che potrebbe essere un esempio positivo è Garrone, il gigante buono che difende i deboli, anche ricorrendo alla violenza laddove necessario, ma capace di essere gentile quando serve, come è nel caso dell’esame finale, dove aiuta perfino un idiota come Nobis. (un esempio è Nelli, altra manifestazione di testaccia dura quando, con le sue braccine sottili, riesce a fare l’esercizio fisico e ad arrivare sopra, senza sdrucciolare come altri più quotati tipo Nobis e Votini)
Garrone poi va oltre il pregiudizio che vuole le persone di complessione stazzata come “idiote” in quanto viene fatto notare che è uno degli studenti più preparati.
Il personaggio che ritengo migliore, senza arrivare a Franti (che sarebbe il caso di approfondire: perché è così irriverente verso l’istituzione scolastica? Perché sorride ironicamente quando il direttore dice:”Franti, tu uccidi tua madre.” alla sua riammissione a scuola? De Amicis non lo dice e mi sembra un po’ improbabile pensare ad un ragazzino “malvagio” perché sì, come dice Enrico, che alle volte è ottuso e pieno di pregiudizi. Anche se con un padre zuppo di retorica come il suo e in un contesto colonialista e provinciale come l’Italia umbertina cosa ci si potrebbe aspettare?). Il personaggio che la scrivente ritiene migliore è Votini, nonostante sia decisamente un comprimario.
Perché?
Perché, pur nelle sue brevi comparsate, mescola dentro di sé caratteristiche negative (come la superbia fin dentro i capelli di Nobis e l’invidia verso de Rossi, che alle volte sembra inconsapevole del mondo che lo circonda) e caratteristiche positive (come un notevole rispetto verso le persone più deboli, che non sembra esserci a causa della sua vanità e la capacità di dimenticare i contrasti con De Rossi alla fine dell’anno) e questo lo fa apparire, a parere della autrice dell’articolo, più sfumato rispetto all’etereo cherubino imbalsamato.
In sostanza, cosa dire di questa opera? Un affogato di melassa e retorica, su cui galleggiano degli spunti narrativi che, forse, andrebbero ripresi in una rielaborazione matura e cosciente.


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